Era stato rapito da Al Qaeda, che giovedì 4 dicembre aveva dato un ultimatum a Barack Obama e agli Stati Uniti per il pagamento del riscatto. Ma Luke Somers, il giornalista americano ostaggio del gruppo integralista islamico da settembre 2013 in Yemen, è stato ucciso in un tentativo di salvataggio messo a punto da forze americane e yemenite.

Dopo un rincorrersi di notizie contrastanti con il ministero della difesa yemenita che parlava di ‘liberazione’ mentre la sorella di Somers annunciava la sua morte, la conferma dell’uccisione è arrivata da fonti americane. Il segretario alla Difesa Usa, Chuck Hagel, ha dichiarato che Somers è stato “assassinato” dai terroristi. E parlando dall’Afghanistan, dove è in visita, ha spiegato che Somers “e un secondo ostaggio, non cittadino americano, sono stati assassinati” dai militanti di al-Qaeda che li tenevano in ostaggio, durante un raid per salvarli. “Ieri, per ordine del presidente degli Stati Uniti, le forze operative speciali Usa hanno condotto una missione per salvare il cittadino americano Luke Somers e un altro cittadino straniero tenuto in ostaggio con lui”, ha spiegato Hagel. “C’erano motivi convincenti per ritenere che la vita di Somers fosse in immediato pericolo”, ha puntualizzato.

Giovedì 4 dicembre, nel corso di un drammatico video appello pubblicato dall’Aqap, il ramo yemenita-saudita di al Qaeda, Somers aveva dichiarato: “La mia vita è in pericolo, aiutatemi”. Immagini in cui i suoi sequestratori lanciavano un ultimatum a Barack Obama: il presidente Usa ha “tre giorni” per soddisfare le richieste del gruppo, poi Somers “conoscerà il suo destino inevitabile”. 

L’appello di Somers, nato in Gran Bretagna e poi divenuto cittadino Usa, era preceduto dalle dichiarazioni di Nasser bin Ali al-Ansi, un comandante locale dell’Aqap, che attaccava gli Usa per i “crimini contro i musulmani” commessi “con i suoi aerei e i suoi droni” in Somalia, Yemen, Iraq, Siria fino in Sinai e Pakistan. Ed è stato proprio un raid oggi, in cui sono rimasti rimasti uccisi anche 10 sospetti membri di al Qaeda, a mettere fine drammaticamente alla vicenda.

Solo venerdì 5 dicembre il disperato appello della famiglia ai rapitori: “Abbiamo notato che avete avuto buona cura di Luke e lui sembra essere in buona salute. Vi ringraziamo per questo”, diceva la mamma chiedendo di “mostrare pietà: per favore, permetteteci di vederlo ancora. E’ tutto ciò che abbiamo”, le sue accorate parole. Mentre il fratello di Luke spiegava: “E’ solo un fotoreporter, non è responsabile per nessuna delle azioni intraprese dal governo Usa”. La famiglia assicurava di non sapere dei tentativi per liberarlo. Perché oltre a quello finito tragicamente stanotte – in cui sarebbe morto anche un altro ostaggio straniero, l’insegnante sudafricano Pierre Korkie – ce ne era stato almeno un altro, fallito, il 25 novembre, che aveva fatto infuriare i leader di Aqap.

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