L’elezione di Silvana Sciarra e Alessio Zaccaria è una vittoria innegabile dei 5 Stelle, che hanno capito (con appena qualche mese o anno di ritardo) che non si vive di solo duropurismo, ma ogni tanto esistono anche tatticismi e mediazioni. “Sei mesi fa un candidato non nostro non sarebbe mai passato in assemblea”, ha detto un parlamentare di peso al Fatto Quotidiano.

Esultano anche i talebani, e ne hanno motivo, perché “ha vinto il metodo a 5 Stelle, dalla rete alle istituzioni”. Dunque contenti tutti, fedelissimi e dissidenti (sto volutamente semplificando, ma ci siamo capiti). Potremmo ora dire che la stessa tattica sarebbe stata assai fruttuosa quando il Pd impallinò Rodotà (si poteva puntare su Prodi, che era comunque uscito dalle Quirinarie benché in posizioni arretrate), oppure facendo il famoso nome (Rodotà, Settis o Zagrebelsky: la terna era quella) quando fallì Bersani e prima del governo Letta, ma da queste parti ce lo siamo già detti. Riparlarne adesso serve a poco.

Da mesi il Movimento 5 Stelle dava la sensazione di combattere battaglie spesso giuste, però in totale clandestinità, vuoi per l’ostracismo di larga parte dell’informazione e vuoi per il loro masochistico Aventino mediatico (e il bello è che sono ancora convinti di avere ragione: seeeh, buonanotte). Questa mossa coincide con uno dei loro successi più evidenti, e pazienza se una volta di più i media daranno ogni merito a Renzi.

C’è però un aspetto che non vorrei sfuggisse a chi meritoriamente si oppone al Governo Fagiolo: Renzi non fa nulla a caso. Non vede l’ora di avere un pretesto per far cadere il governo e passare alla cassa (elezioni). Giornate come quella di ieri servono senz’altro al M5S per mettere in difficoltà piddini e berlusconiani (spesso la stessa cosa); ma servono pure a Renzi, che così ha modo di piangiucchiare (“Il patto del Nazareno scricchiola“) e al tempo stesso minacciare il suo maestro Silvio. A Renzi va benissimo fingere di flirtare saltuariamente con i 5 Stelle, così poi può dire “non esiste più maggioranza” e andare al voto giocando al martire.

Se Renzi aspetta il 2018, la sua forza elettorale scema; se va al voto nel 2015, fa il botto. Chi è convinto che Renzi sia in calo vive su Marte e appartiene allo stesso esercito di sognatori che credeva davvero nel sorpasso 5 Stelle alle Europee: in primavera, con quasi tutti i media a favore, Renzi non andrebbe sotto il 40%. E a quel punto, con un Parlamento composto quasi solo da Boschi e Madia (wow), potrebbe fare esattamente ciò che sogna: il ducetto, tanto goffamente caricaturale quanto pericolosamente assolutista. E’ un momento molto delicato: quei pochi che fanno opposizione stiano in campana, l’ombrello di Altan è appena dietro l’angolo.

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