In che mani finiscono gli italiani che volano in Paradiso. Il punto da chiarire è tutto qui. Il poveraccio che vive di stenti può passare i suoi ultimi giorni in un aeroporto del Centro America e morire lì, perché la diplomazia non riesce in due mesi a organizzarne il rimpatrio, anticipando 350 euro di biglietto aereo per Roma. Soldi che il console pare avrebbe messo anche di tasca propria, se solo fosse stato autorizzato dall’Ambasciata. Tutt’altra storia se in difficoltà è un ministro della Repubblica in trasferta, Stefania Prestigiacomo ad esempio. Quattro anni fa anche lei rimase a terra allo stesso aeroporto. Sempre questione di soldi: il volo di Stato attrezzato per riportarla a Roma aveva il serbatoio mezzo vuoto e non veniva autorizzato al decollo. La macchina diplomatica dei soccorsi allora corre a salvarla, spedendo il console di cui sopra a pagare di tasca propria non 350 euro, ma 4mila dollari. Basta strisciare la carta di credito e il problema è risolto, si parte. Non c’è burocrazia, non ci sono scartoffie o autorizzazioni da aspettare. Solo un’enorme disparità di trattamento. “Avete lasciato crepare quel vecchio, vergogna”, si legge adesso sulla bacheca istituzionale dell’Ambasciata di Città del Messico. E la vicenda dell’anziano morto di stenti, tutta da chiarire, finisce ora sul tavolo della Procura della Repubblica, causando più di un imbarazzo dalla Farnesina.

La morte nel paradiso terrestre
Riavvolgiamo il nastro. Playa del Carmen, Messico, una delle mete più gettonate dal popolo degli abbagliati dal sogno: mare caraibico, bella vita e soldi. Ma non tutti vivono bene, qualcuno muore malissimo. E’ successo a Salvatore Diaferio, un cittadino romano di 68 anni. In Italia faceva il gelataio ed era convinto di trovare in Messico la fortuna che gli mancava. Ci arriva il primo luglio ma non la trova affatto, presto scivola nell’indigenza. Vive per strada, spesso dorme all’aeroporto internazionale di Cancun, dove chiede ai turisti in partenza qualche moneta per comprare il biglietto. Ha un libretto postale in cui sono depositati dei risparmi, ma è in Italia. E lui è qui, stanco, malato e vuole tornare. Diafiero, suo malgrado, diventa un caso da vivo prima che da morto. Una troupe della tv locale “Azteca” lo raggiunge. Con voce flebile ma lucido lui racconta che vorrebbe partire, che non ha il denaro per il biglietto e di essere vivo grazie alla solidarietà dei messicani. Solo quello. Il 30 settembre però il cuore non regge. Si accascia a terra in preda a convulsioni proprio di fronte al consolato italiano a Playa del Carmen, cui si era rivolto più volte, per ottenere aiuto. Il console chiama l’ambulanza e cerca di rianimarlo. L’anziano arriva all’Hospital General di Playa del Carmen non più cosciente ma vivo. Il personale sanitario, secondo i quotidiani locali, lo rifiuta perché indigente. “Non vedete che è morto da un’ora?”, dirà il paramedico ai soccorritori che però forniscono ai quotidiani la stampata dell’elettrocardiogramma: 17 pulsazioni al minuto, era ancora vivo. Il pubblico ministero potrebbe indagare il medico ipotizzando l’omissione di soccorso.

Burocrazia, omissioni e scaricabarile. E lo strano licenziamento del console
Ma c’è un’altra ipotesi di omissione. Quella della nostra diplomazia che pure seguiva il caso. Da quanto è stato possibile ricostruire, il Consolato di Playa del Carmen il 1 agosto ha raccolto la richiesta di assistenza dell’anziano che chiedeva il rimpatrio a spese dell’Ambasciata di Città del Messico. Non è una pretesa bizzarra, in casi di indigenza la legge prevede di contattare i parenti per ottenere da loro i soldi del biglietto o in alternativa un “prestito consolare”, cioè un anticipo dei soldi con impegno alla restituzione. “Giuro, l’avrei fatto volentieri – spiega il console onorario, Andrea Sabbia – e attendevo da un momento all’altro l’autorizzazione dall’Ambasciata che invece ha perseguito per due mesi l’infruttuoso tentativo di individuare dei parenti in Italia disposti a farsi carico della spesa”. La circostanza è confermata dall’Ambasciatore, Alessandro Busacca. “Lo stesso giorno questa Sede ha comunicato al Consolato la procedura consolare da seguire per questo tipo di richieste di assistenza. Si richiede infatti una richiesta scritta dell’interessato corredata da una lista di contatti di familiari, soggetti obbligati per legge (ai sensi degli artt. 433 e ss. Del Codice Civile) a cui richiedere il denaro necessario al rimpatrio del connazionale”. E qui comincia il rimpallo di responsabilità, favorito dall’italica burocrazia. Il consolato il 15 agosto ottiene dall’anziano un elenco di tre parenti con relativi numeri di telefono ma non può chiamarli direttamente perché la stessa ambasciata ha revocato il contratto telefonico che consentiva le chiamate internazionali: era troppo oneroso. Il Consolato trasmette dunque i dati all’Ambasciata con preghiera di provvedere al contatto. I tentativi si rivelano infruttuosi e solo il 25 settembre, un mese e mezzo dopo la richiesta di assistenza, l’Ambasciata scrive alla Questura di Roma “affinché interpelli i parenti in Italia perché provvedano con urgenza all’invio dei mezzi necessari per il ritorno in patria del Sig. Diaferio”. Cinque giorni dopo, Diaferio morirà. In mezzo, quell’intervista all’aeroporto.

Domanda, l’Ambasciata era informata che stava male? “Non abbiamo ricevuto informazioni in tal senso. Se ha concesso poi quell’intervista si vede che non stava così male” risponde l’Ambasciatore. Che in una successiva nota rimarca: “Il 23 settembre il Sig. Diaferio si ripresenta nuovamente al Consolato Onorario, questa volta accompagnato dalla Polizia Turistica. Il Consolato prende nuovamente contatto con questa Ambasciata e nulla viene segnalato dal nostro Consolato circa il suo stato di salute”. Ma a smentirlo è lo stesso console, che sarà da lui “licenziato” il 3 ottobre. “In Procura porto la corrispondenza che io e la mia segretaria abbiamo scritto all’Ambasciatore nelle quali si dà conto delle precarie condizioni del Diaferio e del loro progressivo peggioramento”. Una delle ultime è datata 26 settembre: “Continuiamo ad aspettare una soluzione per il caso Diaferio (…) E’ mentalmente instabile e può essere in pericolo. Vi prego di prendere atto della situazione e di anticipare eventuali problemi che potranno insorgere nei prossimi giorni”. Quattro giorni dopo, il decesso.

Il ministro è a terra senza soldi. E il portafogli si spalanca
La Procura valuterà il caso Diaferio. Ma questa piccola storia dal filo lungo 10 mila chilometri rischia di trascinarsi dietro un intero gomitolo. Il console è un fiume in piena e promette di raccontare agli inquirenti una trentina di casi di omissione di soccorso che avrebbe riscontrato in otto anni di servizio all’Ambasciata. Che però riesce a mobilitarsi in modo straordinario quando vuole. Sabbia lo rivela con un aneddoto personale che è il contraltare del caso Diaferio. Era il dicembre del 2010 e a Playa del Carmen era in corso il Cop 16, una conferenza internazionale sul clima. L’11 riceve dall’ambasciata una telefonata allarmata. “Mi dicono “oddio, abbiamo il ministro a bordo e non lo fanno partire per Roma”. Era la Prestigiacomo. Il volo MM62209 dell’Aeronautica Militare era sulla pista di decollo ma la torre di controllo non lo autorizzava senza un carico completo di carburante. Anche il ministro, come Salvatore Diaferio, prigioniera dell’aeroporto. Per “liberarla” ci voleva però ben altro che i 350 euro del biglietto negato all’anziano. Ma nel suo caso il portafogli si spalanca subito. “Dall’Ambasciata mi hanno chiesto allora di precipitarmi lì e di pagare, anticipando di tasca mia e con carta di credito personale, quasi 4 mila dollari di carburante”. Nessuna autorizzazione scritta, solo l’indicazione al telefono, niente scartoffie. “Perché è normale, quando c’è un’emergenza il console onorario fa queste cose. Ora però questi signori mi devono spiegare perché il ministro che rischiava di restare a terra è un’emergenza e l’anziano morente che ci resta davvero non lo era”.

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