In questi mesi a Lampedusa, durante gli approdi dei migranti, mi è capitato più volte di cercare di  capire chi fosse lo scafista, “il criminale che lucra sulla pelle dei migranti” come ci dicono a ritmo continuo i media. Ho cercato di vedere se avesse un colore della pelle differente, se fosse vestito meglio degli altri, se parlava un’altra lingua. Non sono un ispettore né un detective  e posso sbagliarmi, ma non ne ho riconosciuto neanche uno. L’idea che invece mi sono fatto è che molto spesso –  ancora di più dopo l’inizio di Mare Nostrum  – lo scafista non sia altro che un migrante al quale prima di partire qualcuno ha messo in mano il timone. Magari con qualche sconto per il viaggio, ma di certo non è il criminale che ci immaginiamo. Del resto, se uno ci pensa bene, perché mai uno dovrebbe partire per poi essere arrestato quasi certamente e condannato a una pena pesantissima? 

Pensiamo davvero di  fermare il flusso di profughi che fuggono da paesi al collasso concentrandoci su chi arriva al timone dei barconi? Certo, è possibile che siano assoldati dai grandi trafficanti, ma se così è sono l’ultima ruota del carro e credere che arrestandoli contribuiamo a spezzare la catena dello sfruttamento dei migranti è una debole illusione. 

Quando poi gli scafisti fossero profughi essi stessi che guidano il timone, o minorenni figli di famiglie di pescatori poverissime assoldati per pochi euro, saremmo colpevoli di una violazione nei confronti di soggetti deboli che meritano asilo e tutela.

La domanda vera che dovremmo farci è quella di capire ma come mai i richiedenti asilo, persone che hanno il diritto di richiedere l’asilo politico nel nostro paese ed in Europa, debbano affidare le proprie speranze a organizzazioni criminali. Il resto è costruzione di un facile capro espiatorio.

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