Nel romanzo di George Orwell, 1984, è lo strumento finale, quello decisivo, per condurre Winston Smith sulla strada del regime. Per convertirlo definitivamente, e togliergli per sempre ogni autonomia di pensiero. È la peggiore tortura che potessero infliggere al protagonista, ma anche la più efficace: metterlo di fronte a grossi ratti di fogna.

Se c’è una cosa che Winston non riesce a tollerare sono i topi, e il regime lo sa. Sa che quella è la fobia che si porta dietro da tutta la vita, e gioca su questo sentimento per annientare la sua indipendenza. Basterebbe questa immagine per capire quanto la paura dei topi influenzi la psiche di chi ne soffre. Fuori dalla letteratura i medici l’hanno definita in diversi modi: muridofobia, murofobia, surifobia.

Anche se il nome più noto è musofobia, che altro non è che una particolare forma di zoofobia, ossia paura degli animali. Ed è una delle più diffuse insieme a quella per i ragni, l’aracnofobia, e quella per gli insetti in generale, l’entomofobia. Chi ne soffre manifesta veri e propri segni di terrore davanti a topi e pantegane. Una repulsione esagerata e ingiustificata, che va oltre la più comune e razionale ripugnanza. Nelle forme più acute la fobia si estende verso qualunque animale ricordi le sembianze di un topo, inclusi quindi tutti i roditori, dai criceti alle talpe. Per scatenarsi non ha bisogno dell’animale in carne ed ossa, ma basta una foto, un’immagine qualunque, un filmato mandato in onda alla tv. A chi ha questo disturbo, insomma, basta poco per perdere il controllo.

Svenimenti, attacchi di panico, nausea, apparente soffocamento. Anche la vita quotidiana è sacrificata. Spesso infatti, spiegano gli psicologi, la musofobia spinge a controllare in modo ossessivo ogni angolo e ogni stanza della casa, alla ricerca di qualsiasi traccia possa indicare la presenza di un topo.

emiliano.liuzzi@gmail.com

Il Fatto Quotidiano, lunedì 24 marzo 2014

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