“In Italia è difficile fare ricerca”. Una frase che si sente riecheggiare comunemente nelle chiacchierate al bar, alle manifestazioni, nei commenti sconsolati di qualche blogger e, ovviamente, nell’amara confessione di coloro che la ricerca dovrebbero e vorrebbero farla: i ricercatori. E io, inizialmente, dovevo essere uno di questi (o almeno speravo di diventarlo). Uno di quei famosi “cervelli in fuga”, pronti a scappare dal “Bel Paese” per la mancanza oggettiva di sostegno, riconoscenza e, non da ultimo, uno stipendio adeguato.

Potevo, ma, almeno per ora, non l’ho fatto. Innanzitutto perché, fortuna mia, me lo posso permettere, ma anche perché credo che ad andare via non debbano essere i cervelli, ma gli altri. Perché come dice una persona che stimo “i cervelli sono sì in fuga. Il problema è che son rimasti qui i corpi”.

E ho iniziato a chiedermi seriamente: “Ma perché in Italia la ricerca e, più in generale, la scienza non sono minimamente riconosciute?

Certo, conosciamo i problemi della burocrazia italiana, dei pochi fondi e dei “baroni universitari”. Ma credo che un problema fondamentale, spesso trascurato, sia la disinformazione scientifica e l’ho potuto vedere in prima persona. Io sono un biotecnologo di formazione e, avendo svolto un tirocinio in ambito vegetale, mi sono molto interessato alla questione OGM (i famosi organismi geneticamente modificati), rendendomi subito conto di quanto la trattazione da parte di giornali e siti web sia spesso superficiale e confusionaria. Manca, in effetti, una comunicazione adeguata tra chi “vive” nel laboratorio e chi ne è sempre stato al di fuori, come una mamma, una zia o un amico, che invece recepiscono informazioni spesso ricolme di errori, se non addirittura inventate. Ed è in questo periodo che mi sono imbattuto nel blog, qui su ilfattoquotidiano.it, di Dario Bressanini, che conosco personalmente e stimo per la sua capacità di comunicare concetti difficili in maniera semplice e chiara, ma mai superficiale.

Proprio questa capacità è raramente visibile: “scienziati” chiamati per dire la loro spesso comunicano male e si fanno capire poco, mentre persone specializzate nella comunicazione si fanno sì capire, ma stravolgono spesso e volentieri il significato di un risultato scientifico o i fatti stessi. Pensate, ad esempio, al famoso studio francese sulla presunta dannosità degli OGM di qualche tempo fa: tutti i giornali, per non parlare dei blog, hanno condiviso la notizia in modo virale. Peccato che quando, poco dopo, la comunità scientifica intera aveva mostrato le fortissime lacune che l’articolo presentava, quasi nessuno si prese la briga di ritrattare l’articolo e dire “Scusate: ci siamo sbagliati”. Ora, come annunciato anche dalla stessa rivista che lo aveva pubblicato, l’articolo verrà addirittura ritirato: sarà data la giusta rilevanza alla notizia? Vedremo.

E’ chiaro che comprendere a fondo gli OGM, capendone opportunità e rischi, non è come imparare a giocare a scala quaranta (e ve lo dice uno che si dimentica pure le regole), ma ricevere informazioni corrette (su questo e tanti altri temi) è essenziale per potersi costruire un’opinione, specie nell’era di internet.

Perché la scienza non riguarda solo il biotecnologo, ma riguarda anche la mamma, la zia e l’amico che non metteranno mai piede in un laboratorio, ma che saranno chiamati a esprimersi sulla scienza e i cui prodotti influenzeranno nel bene o nel male la loro vita e quella delle generazioni future. E se la scienza non viene capita, ma anzi è vista con estremo sospetto, anche la ricerca verrà sempre più considerata come inutilmente onerosa.

Per questo motivo sto intraprendendo la strada del divulgatore scientifico e spero, con l’apertura di questo blog, di poter colmare in maniera dignitosa ed efficace quel “buco” lasciato da Dario Bressanini (che, se non lo sapete, ha deciso di lasciare).

Spero che gli argomenti di cui parlerò (dagli OGM alla sperimentazione animale, dai vaccini alle cellule staminali) possano suscitare l’interesse dei lettori (spero tanti) ed essere spunto per riflessioni e osservazioni. Perché da ogni discussione, se c’è rispetto, ognuno di noi potrà imparare qualcosa. Certo questo richiede di abbandonare i propri pregiudizi perché se non siamo disposti a cambiare noi non possiamo sperare che possa cambiare (si spera in meglio) il Paese in cui viviamo.

Io accetto la sfida, e voi?

 

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