Nell’alba romana piove che Dio la manda, ma Checco Zalone vorrebbe arrivare in Puglia senza affidarsi al cielo: “Prendere il treno vi sembrava un’idea troppo antica?”. Saranno invece 40 minuti di aereo tra nubi e scaramanzie per precipitare sani e salvi a Foggia, in un aeroporto di frontiera che dall’alto è un’indistinguibile pianura tra mille tutte uguali e al suo interno, un deserto animato da miraggi semplici: “Checco, te la fai una foto per mia zia?”. Venerdì autunnale, esterno giorno. Per raccontare bisogna scendere a bassa quota, seguire il fiume di consenso che corre parallelo a Luca Medici.

L’uomo che faceva ridere. Il ragazzo che avrebbe voluto essere qualunque e invece, qualsiasi, non sarà più. A Ciampino lo salutano i carabinieri. Ai piedi della Capitanata, gli infermieri. Al primo Autogrill pietito con sincera disperazione da Candide al suo produttore, Pietro Valsecchi: “Guarda che il diritto al caffè è sancito dalla Convenzione di Ginevra”, baristi, benzinai, pellegrini fuori stagione e occasionali vicini di cesso. Il Messia ha esagerato. Pane, pesci e terrenissimi denari. Centoventi milioni di euro con tre titoli. Potrebbe fare il bagno nelle banconote, ritirarsi a vita privata, sfamare una decina di generazioni. Invece sta viaggiando verso il set di due comici esordienti. Si chiamano Pio e Amedeo. Scriverà una canzone per il loro film. In marcia nascondersi è illusorio e travisare il volto con la sciarpa, inutile: “Ma sei Zalone?”, “No è mio fratello” (continua).

Oppure, se fosse poco

Lo scoprono subito, come accadeva al signor Malaussène dei ’70, l’impiegato Paolo Villaggio. Filini gli metteva molletta al naso e patata in bocca per camuffare la voce con il capo ufficio. Ma al momento di evitare la temuta corsa ciclistica indetta dall’aguzzino per i “carissimi inferiori”, il timbro del ragionier Ugo metteva il cambio sbagliato e rompeva la catena del travestimento: “Fantozzi, è lei?”. La matricola barra bis di Capurso con cui gli italiani si identificano senza eccezioni ancora non ci crede. Spezza cornetti avvizziti al bancone del bar. Cerca proseliti per dividere azzardo e senso di colpa: “Non fa male, perché non ne prendi metà?”.

Ti parla preoccupato del padre irredimibile che, quasi settantenne, come lui in “Sole a catinelle” con l’aspirapolvere, trotta da un lato all’altro della regione come rappresentante di sigarette elettroniche: “Gli ho detto ‘papà stai fermo, calmati, a te ci penso io, ma quello fa di testa sua e non ascolta nessuno’” e risalito a bordo, ne aspira una verissima, abbassa il finestrino e si sente solo all’inizio del viaggio. Lui non è diverso da suo padre. È quello umile di ieri ed è probabile resti lo stesso di domani. Non vuole cambiare. La sola ipotesi di darsi un tono lo spaventa. Il problema sono gli altri. Quando lo vedono perdono la testa. Chi dovrebbe scortarlo, per l’emozione, tampona e non arriva. Checco quasi non ci crede. (continua)

Il racconto completo sul Fatto Quotidiano di domenica 24 novembre. 

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