C’era un’epoca – post-golpista ma non ancora compiutamente democratica – in cui uno spicchio di mondo che oggi sorprende per la sua vitalità controcorrente, si dibatteva tra iperinflazione, debito estero fuori controllo e ingiustizie sociali profonde e all’apparenza insanabili.

Si parlava di década perdida (tra gli anni 80 e i primi 90) per il continente latino-americano. In molti, in quella fase tormentata, si chiedevano perché paesi in cui esistevano tutti gli ingredienti per l’esplosione di una protesta sociale se ne stessero inspiegabilmente quieti. C’era l’interpretazione sociologica di studiosi che richiamavano il passato di schiavitù di popoli troppo a lungo succubi per spiegare una loro tendenza quasi antropologica alla rassegnazione.

 Ma non è questa l’unica spiegazione. E solo ora siamo in grado di comprenderlo pienamente. Ora che il Cono Sur cresce a ritmi da far invidia all’intero Occidente industrializzato, compaiono all’improvviso movimenti di protesta che non avevamo mai conosciuto.

Dove? Proprio nei paesi che possono vantare le migliori performance macro-economiche. Perù, con dodici anni di crescita sostenuta (6,3 per cento nel 2012); Brasile, che nonostante un recente rallentamento ha comunque scavalcato il Regno Unito come sesta potenza mondiale; Cile, con una raffica di segni positivi (+5,6 per cento del Pil lo scorso anno). 

Non è solo una questione di fredde percentuali: con l’espansione, cresce la classe media e vengono mitigati – in modo netto – gli effetti della povertà grazie ai programmi di assistenza sociale.

Chi protesta, chi si mobilita nelle piazze, lo fa – in un certo senso – anche in seguito ai successi (parziali) delle classi dirigenti. Ora che stanno un po’ meglio, pretendono di più: chiedono, soprattutto, una migliore qualità della democrazia. Non tollerano la corruzione, alzano la voce contro i privilegi della Casta. Più che rivoluzioni, la nascita di un’inedita coscienza sociale. Benvenuti al cosiddetto Primo Mondo.

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