Pensavamo di aver voltato pagina, e invece ricomincia da capo la storia del taglio delle Province, del riordino dei tribunali, e pure degli F35 perché a quanto pare il Parlamento non aveva il potere di votare quel che ha votato. Credevamo di stare in un libro nuovo, e riecco Gianni De Gennaro, che a pagina 100 era capo della Polizia , a pagina 105 indagato per i fatti della Diaz, a pagina 130 commissario per i rifiuti in Campania, a pagina 150 delegato ai Servizi Segreti e ora rispunta a pagina 200 come presidente di Finmeccanica.

Nel suo piccolo, Fiorito annuncia che torna in politica. B. che rifà Forza Italia. La destra che rifà An. Il Pd che fa un congresso per liquidare gli zdanovisti, o forse viceversa.

L’Italia è caduta in un romanzo di Garcia Marquez, con i Buendia che attraversano le generazioni ripetendo immancabilmente se stessi, e le rivoluzioni che tornano sempre al punto di partenza indisturbate da nubifragi, epocali siccità, terremoti, invasioni di cavallette.

Nulla di nuovo sotto il sole, a Macondo, e il romanzo non appassiona più nessuno salvo il ristretto circolo di settantenni che lavora alla formula filosofale della stabilità adoperandosi perché nulla cambi, nessun potere sia messo a rischio, i Letta succedano ai Letta, i De Gennaro ai De Gennaro, gli amici di D’Alema a D’Alema, i famigli di Silvio a Silvio, in una soffice continuità di istinti conservatori, reciproche solidarietà e relazioni amicali che niente interrompe, nemmeno la consapevolezza generale che l’unica speranza del Paese sarebbe quella di mandare definitivamente ai giardinetti gli Aureliano e i José Arcadio, le Amaranta e le Remedios.

 

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