Il silenzio è la lezione turca di democrazia che va in scena in queste ore. Di fronte alla violenza della polizia e all’evidente imbarazzo del governo Erdogan, ragazzi, artisti, gente di Istanbul e Ankara o Smirne rispondono fermandosi per ore o per 5 minuti in mezzo alla strada. In gruppo, da soli, davanti ai Palazzi del potere. In silenzio. Pacifici. Perfino senza parole o grida.

Una storia post gandhiana che preannuncia, a costo di sofferenze, la vittoria di chi protesta. Un popolo che protesta disarmato di fronte a chi alla richiesta di democrazia risponde con i manganelli o con gli idranti “rinforzati”con liquido orticante.

Una bella lezione turca, antica, serena, ferma, non violenta. Quelle facce rivendicano risposte, non realpolitik. Se Erdogan non dà risposte civili alla richiesta di cambiamento che queste facce mute gridano, non c’è nulla che a Bruxelles possa essere mediato o giustificato.

Queste sono le facce che vogliamo in Europa e che sono già nella nostra cultura europea della tolleranza, non quelle di chi ordina di bastonare il dissenso.

“Richiamate a casa i vostri figli”, hanno cantato qualche giorno fa le madri dei ragazzi che manifestavano. Una nenia dedicata alle madri dei poliziotti in tenuta antisommossa pronta a fare sgomberare la piazza Taksim. La risposta alla minaccia del primo ministro del regime turco: “Fateli tornare a casa o faremo intervenire l’esercito”.

E invece, nessuno lo ascolta. E tanti “uomini in piedi” si fermano per strada. Una protesta da esportare, anche in Italia.

Statue umane pacifiche che protestano se il potere bastona e non dà ascolto. Una lezione e cose non solo “turche”.

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