Ormai non fanno più paura come qualche anno fa e soprattutto come quando, nel 1994, fu prodotto il primo pomodoro che resisteva più a lungo negli scaffali dei supermercati. Così, ora, il Regno Unito si avvia a farsi promotore di una nuova politica sugli organismi geneticamente modificati in agricoltura. Lo si è venuto a sapere, a Londra, dopo che è stata rivelata l’agenda del ministro dell’Ambiente Owen Paterson che, la settimana prossima, andrà a Bruxelles per cercare di convincere la Commissione europea della necessità di un rilassamento delle stringenti leggi comunitarie in materia.

“Non possiamo rimanere indietro nel campo della scienza agraria”, ha fatto sapere lo staff del ministro. E alla volontà del governo guidato da David Cameron pare associarsi quella degli agricoltori del Regno Unito. Un sondaggio effettuato fra un migliaio di imprenditori dei campi ha infatti rivelato che per il 61% è arrivato il momento di accogliere a braccia aperte gli Ogm. Al momento, un dodicesimo del terreno arabile britannico è già occupato da organismi geneticamente modificati. Obiettivo dei promotori di questo nuovo approccio è arrivare a una quota sicuramente superiore, raddoppiarla almeno nei prossimi anni.

Una cosa, però, il sindacato degli agricoltori, il National Farmers Union, pare ammetterla: “Il terribile clima degli ultimi dodici mesi li ha spinti verso questo approccio”, ha detto Martin Haworth, direttore della linea politica della sigla. Pioggia e freddo hanno influenzato negativamente varie colture britanniche, dalle patate alle fragole, dalle mele alle verdure in generale. “Gli agricoltori sanno che il clima va sempre più verso gli estremi e verso periodiche calamità. Così gli Ogm sono un modo per mitigare gli effetti di questo cambiamento”. Ma, sempre secondo il sondaggio, un quarto degli imprenditori dei campi non userebbe un Ogm “mai e poi mai”. Così, a un consenso sempre più diffuso si affianca anche un’opposizione sempre più dura, che proprio in questi giorni, a poche ore dal G8 dell’Irlanda del Nord e mentre a Londra si registrano proteste qui e là, pare alimentarsi di spinte contrarie alla globalizzazione e alle multinazionali.

Chi è contrario agli Ogm, del resto, dice che l’utilizzo di organismi geneticamente modificati è pericoloso perché può far sviluppare ceppi resistenti di batteri e parassiti. Inoltre, c’è tutto il fronte delle licenze e dei brevetti, di cui si avvantaggerebbero le grandi aziende a copertura globale, senza dimenticare il problema dell’etica e dell’impoverimento delle zone non interessate dalle coltivazioni geneticamente modificate. Un’analisi della Commissione europea su 130 progetti di ricerca portati avanti in 25 anni da oltre 500 gruppi di studio aveva concluso, nel 2010, che “non c’è un’evidenza scientifica dell’associazione fra Ogm e un più alto rischio, sull’ambiente o sul cibo o sulla sicurezza alimentare, rispetto alle piante e agli organismi convenzionali”. Così, mentre la Polonia ad aprile è diventata l’ottava nazione europea a vietare gli organismi geneticamente modificati sul suo territorio, cresce sempre più la spinta dei Paesi, Regno Unito in testa, che vogliono una maggiore apertura. David Willets, sottosegretario alla Ricerca scientifica, ha riassunto la posizione del governo: “Vogliamo gli Ogm perché sono più sicuri e più sostenibili, riducono l’uso di pesticidi. Ma, soprattutto, fanno aumentare la produttività”.

 

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