Quello che vorrà o riuscirà a fare il Pd in queste ore, al massimo in questi giorni, a ridosso di un voto che l’ha richiamato drasticamente alla realtà, sarà determinante per il suo presente e soprattutto per il suo futuro, nel senso della sua rilevanza politica.

I dati sono ormai noti e incontrovertibili. Dal Boom del M5S  che Napolitano non aveva sentito e che si materializzerà al suo cospetto quando Grillo in persona si presenterà alle consultazioni come garante del suo movimento diventato primo partito alla Camera, alla non vittoria della coalizione di Bersani che pure è arrivata prima.

E poi c’è l’elemento che più ci ha sconcertato e che a sinistra, e non solo quella pallida di Bersani ma pure  la “sinistra-sinistra”  di Vendola e la Rivoluzione Civile di Ingroia, è stato ignorato o gravemente sottovalutato: la rimonta personale di Berlusconi grazie alle macchiette da avanspettacolo e alle promesse indecenti su Imu e condono tombale pro domo sua. Anche se, per stare sempre ai numeri, non va dimenticato che il Pdl che ora si spaccia come vero vincitore e protagonista imprescindibile è passato dal 37,4% del 2008 all’attuale 21,6%.

Berlusconi, nonostante il tracollo ampiamente annunciato in termini di consensi, raggiungerebbe pienamente il suo scopo, se il Pd sciaguratamente rispondesse all’antico richiamo del Caimano che si prefiggeva solo di non perdere, come hanno sempre ammesso i fedelissimi, per poter trattare in prima persona i suoi noti ed esclusivi interessi.

I suoi giornali, dopo la crociata contro tutte “le toghe rosse” che avrebbero perseguitato Berlusconi in campagna elettorale, arrivando persino a fissare un’udienza del processo Ruby l’8 marzo, come denuncia in ogni sede “il mite” Sallusti, adesso a titoli cubitali tuonano contro “l’arma giudiziaria dopo il voto” e “l’offensiva che riparte”: tre processi in un mese. E cioè tutte le udienze che “le toghe rosse” hanno rinviato durante la campagna elettorale accordando a Berlusconi e ai suoi onorevoli avvocati il legittimo impedimento.

Il terreno di battaglia su cui Berlusconi, che ha violato il silenzio elettorale per dichiarare che “la magistratura è molto più pericolosa della mafia” (valutazione scontata dal suo punto di vista) è in estrema sintesi questo, insieme all’interdizione assoluta per qualsiasi intervento efficace su anticorruzione e conflitto di interessi. Naturalmente lo scudo stellare con cui vuole sedersi al tavolo di un governissimo o di un governo di larghe intese o similari con il Pd è sempre l’Imu da cancellare e da restituire agli elettori convinti in extremis dalla letterina modello agenzia delle entrate con l’impegno alla restituzione, magari con gli interessi.

All’indomani del voto che ha sancito l’affermazione oltre le aspettative del M5S, come per incanto, sono spariti dal lessico politico-mediatico gli epiteti che per cinque anni hanno accompagnato il comico con la fissazione di trasformare la politica italiana in qualcosa di più attinente alla democrazia e ai principi della nostra Costituzione. L’elenco completo e impressionante del dileggio a Grillo di tutti quelli che adesso ripetono che loro “avevano previsto e avevano capito” dove sarebbe arrivato il M5S, lo ha stilato Marco Travaglio e scorrerlo è più illuminante di qualsiasi analisi del giorno dopo.

A me è rimasta in mente la definizione irridente di Francesco Boccia, esponente di punta del Pd in Puglia dove la coalizione Pd-Sel è uscita vistosamente sconfitta: “Grillo è un miliardario in pantofole che dall’alto della sua villa dà ordini… istiga all’odio e soffia sul fuoco del conflitto sociale..”. Mentre  il Pd ha preferito per lungo tempo avere dimistichezza con un altro ben più miliardario con i tacchi che da capo del governo ha tenuto in mano il paese dalle sue innumerevoli residenze private piuttosto che da palazzo Chigi. 

E anche in queste ore nel Pd c’è chi caldeggia, come fanno D’Alema a Veltroni, “un governo tecnico” o di larghe intese benedetto dal Colle e magari guidato dal sempreverde Giuliano Amato molto gradito allo statista di Arcore che vuole garantire sopra ogni cosa “il valore della governabilità”.

Bersani ha invece proposto a Grillo di appoggiare dall’esterno un esecutivo che si impegni su pochi punti condivisi: moralità pubblica, anticorruzione, riforma elettorale. Grillo ha risposto dandogli dello “stalker politico”, evidentemente in riferimento alla sprezzante quanto infelice uscita dello “scouting”  nei confronti dei parlamentari del M5S per “testarli” e indurli a più miti consigli. Mentre un Vendola, evidentemente ravveduto dal voto, ha avvertito il Pd che Grillo non va trattato come un leader della prima repubblica. E una parte della base di Grillo dal web ha dimostrato in modo chiaro di non apprezzare i suoi toni molto tranchant sulle aperture di Bersani: in poche ore 20.000 firme favorevoli ad un “governo di scopo”.

L’alternativa è tra la strada molto in salita di un modello Siciliano applicato al Senato, che comunque non può prescindere da un voto di fiducia iniziale, con pochi punti programmatici condivisi dal M5S e un governissimo monopolizzato dal grande imputato-statista che suonerebbe come un requiem per il Pd. Altrimenti di nuovo al voto, in una situazione che non è sul fronte economico e internazionale molto migliore di quella dell‘uscita di scena di Berlusconi, con la piccola differenza che allora la vittoria della sinistra era scontata.

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