Negli ultimi giorni ci sono stati diversi interventi, anche di esponenti del centrosinistra e di istituzioni di garanzia, tutti affannosamente tesi a sostenere il superamento della legge sulla par condicio e la necessità di nuove regole comprensive del mondo della rete e dei social network. Forse costoro hanno ragione, la par condicio è superata o meglio cancellata dai fatti. Quasi nessuna televisione la rispetta realmente e nessuno si preoccupa di farla applicare (se non per qualche blanda ed ecumenica sanzione).

Hanno dunque sicuramente torto quegli organismi internazionali indipendenti e le stesse Nazioni Unite che denunciano lo stato preoccupante dell’informazione televisiva italiana. Abbiamo torto noi che da anni ne chiediamo, inutilmente, un rigoroso rispetto. Hanno torto gli esperti di comunicazione che attribuiscono al mezzo televisivo ancora il maggior potere di influenza sulle scelte degli elettori. Insomma, tutti fuori dalla modernità, nostalgici di vecchi arnesi di legalità. A questi modernizzatori bisognerebbe però ricordare un piccolo particolare: la legge sulla par condicio fu approvata per tentare di contrastare l’immane conflitto di interessi che ha caratterizzato e caratterizza il nostro sistema della comunicazione. Continuiamo infatti ad essere una peculiarità planetaria nella identificazione tra proprietà (Berlusconi) o controllo (caso attuale del governo per la Rai) delle televisioni con il potere politico. Per questo le pur inadeguate norme sulla par condicio sono necessarie.

E, d’altra parte, non è che questi dicono: “approviamo immediatamente nella prossima legislatura una severa legge sul conflitto di interessi e poi eliminiamo la par condicio”. No, nulla sul conflitto di interessi e vaghe parole sul tema dell’antitrust (forse più con l’intento di vendere qualche rete Rai). Per loro invece l’attuale legge sulla par condicio va cancellata e riformulata per comprendervi la rete e i social network. Qui la questione diventa ridicola. Le regole sull’informazione durante la campagna elettorale sono state approvate perché l’accesso al mezzo televisivo, di proprietà o controllato da soggetti politici, altrimenti sarebbe impossibile per altri. Alla rete, almeno fino ad ora, tutti possono accedere. Per questo il tema posto è concettualmente sbagliato e nasconde per lo più una pulsione non dichiarata che è quella di mettere il bavaglio anche ad internet, unico strumento nel sistema delle comunicazioni di reale partecipazione democratica.

Questi signori rivolgano dunque un pensiero a un paese che quanto a modernità non ha pari nel mondo: gli Stati Uniti. Laggiù la rete è il cuore del sistema elettorale e a nessuno è venuto in mente di regolarla. 

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