La vicenda che riguarda il direttore del Giornale Alessandro Sallusti è naturalmente oggetto di valutazione da parte di chiunque si occupi di informazione. Seguirla dall’esterno peraltro è tutt’altro che facile. In rete è facilissimo trovare centinaia di opinioni sul “caso”, plebiscitariamente concordi nel sostenere le tesi di Sallusti. Ma a me, modesto operatore del settore poco incline ai plebisciti, farebbe piacere se fosse altrettanto facile rinvenire gli elementi di fatto da cui partire, cioè l’articolo incriminato e gli atti giudiziari. Siccome facile non è, mi sembra si ritenga sufficiente, o comunque più importante, l’opinione “dell’esperto”. Semmai corredata di un breve riassunto delle puntate precedenti (di solito ad uso della tesi sostenuta).

Mi scuseranno gli esperti, ma per formare una mia opinione responsabilmente voglio partire da basi oggettive. Sono d’accordo col Presidente del Consiglio quando parla di “trovare un equilibrio fra due beni per la società, e cioè il diritto all’informazione e la tutela della reputazione”. La mia lettura è che nessuno di questi due beni può essere sacrificato sull’altare dell’altro, quindi liberalizzare e depenalizzare mi sembra un’idea quanto mai perniciosa. Sono ancora più d’accordo con il grandissimo Umberto Ambrosoli quando dice “trovo che la campagna per l’abolizione del reato di diffamazione sia sbagliata (verità e onore non sono valori di poco momento) e affidata ad un pretesto (il caso-Sallusti) assolutamente inafferente: non stiamo parlando di un reato di opinione”. Non ci si riesce neppure a levare il maledetto vizio di arrivare al limite delle cose prima di occuparsene, per poi rinviare regolarmente in angolo. Invocare la grazia o la decretazione di urgenza per evitare il carcere a Sallusti, anche se penso che la detenzione rompa l’equilibrio auspicato dal premier, è già di per sé una sconfitta: bisognava pensarci prima.

Non sono invece per nulla d’accordo con chi sostiene che la responsabilità per omesso controllo debba scomparire. Di un corsivo firmato con uno pseudonimo il direttore DEVE (moralmente, giornalisticamente e giuridicamente) assumersi la paternità. Saranno le indagini a stabilire se trattasi di culpa in vigilando (non ne sapeva nulla) o in eligendo (lo ha visto ed ha approvato o lo ha addirittura scritto). Ma sempre di responsabilità parliamo. E quella parola, “RESPONSABILE”, non riguarda solo Sallusti o i giornalisti. Bensì tutti noi, tutti i giorni e in tutte le nostre attività.

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