Cinema

David di Donatello: una giuria di “amici degli amici” per scegliere gli Oscar italiani

Parenti, politici, costruttori e soliti noti selezionano i vincitori della kermesse. Tra loro Luca Cordero di Montezemolo, Gianni Letta, il sottosegretario Antonio Catricalà e il magistrato Ferdinando Imposimato

di Malcom Pagani

L’ex responsabile delle pulizie del cinema Adriano di Roma e la moglie del fratello gemello del Senatore Marcello Dell’Utri, Alberto, signora Maria Pia. La protagonista, piuttosto minorenne, dell’ultimo film di Giorgio Diritti, Greta Zuccheri Montanari, dieci anni e Luca Cordero di Montezemolo, noto esperto di inquadrature e piani sequenza. Poi a pioggia, fino a mettere in fila quasi 1.600 nomi, di chiunque un po’. Tecnici, produttori e registi deputati a decidere in pieno diritto e coscienza. E tutti gli altri. La Giuria del David di Donatello. Allargata a dismisura nel corso degli anni sventolando una giustificazione più pinocchiesca dell’originale collodiano: “Non volevamo favorire le aggregazioni di voti o la gestione di pacchetti in stile Premio Strega”. Sarà. Ma per assegnare “Il nostro Oscar”, reclamizzato una volta l’anno dal cinema italiano in coro polifonico come una festa collettiva, non si ricorre a chi in passato, come suggeriva l’anno scorso Domenico Procacci di Fandango “abbia avuto almeno una candidatura”. Si preferiscono professionalità versatili. Adatte ai tempi. O adatte e basta. Gianni Letta ad esempio. Vota regolarmente per il David benché dalla mielosa visita a casa Sordi in “Io so che tu sai che io so” dell’ 82 (“Dottor Letta, ma lei è il direttore del Tempo, nelle tavole rotonde è sempre il più acuto”) non emergesse particolare sintonia tra il padre dell’ad di Medusa, Giampaolo e lo schermo. Le vie del giudizio sono infinite.

Così dal mischione oltre al plotone De Laurentiis (sei membri della famiglia di Aurelio oltre alle ben rappresentate truppe della Filmauro, la sua società, vizio comune tra gli altri a Warner, e all’onnipresente Medusa) emerge il profilo di Antonio Catricalà. Sottosegretario per Mario Monti e cinefilo di diporto. Se si ignora il perché della presenza nella lista del dottor Mei, specializzato in ecodiagnostica o di Maurizio Angeletti, amministratore delegato della Erica Costruzioni (proprietaria del centro commerciale Ardeatina 2000), non stupisce troppo la possibilità di decidere il proprio film preferito offerta a Francesca Malagò, sorella di Giovanni, stabilmente ancorata alla canoa nelle ripide del David. Poi cantanti (Conidi, Jovanotti e Antonacci), affermate coppie di cuori (il senatore Pdl Antonio D’Alì e la consorte omonima, Antonia Postorivo, già nelle commissioni del Ministero), mezza Rai Cinema, qualche agente, qualche addetto stampa, qualche attore, qualche conduttore (Fabio Fazio), qualche ex magistrato anche importante (Ferdinando Imposimato) e naturalmente qualche giornalista. Uno di loro, Michele Anselmi, firma del Secolo XIX, Dagospia e Riformista, ammette che i criteri di cooptazione “fanno ridere se non sbellicare, ma è difficile sostenere che con tanta dispersione di pareri si possano organizzare cordate durature o credibili”. In ogni caso, con ritiri improvvisi alla vigilia (Verdone si chiamò fuori indignato “offeso” dopo che alcuni colleghi avevano giudicato l’uscita posticipata del suo “Grande, grosso e Verdone” utile a concorrere alla manifestazione come un favore fatto “a uno soltanto”) meste dirette tv e polemiche feroci (“È una cricca” ringhiò Pietro Valsecchi furibondo per l’esclusione di Checco Zalone) il David procede indifferente anche a se stesso da più di mezzo secolo. Il sistema è obsoleto. Per proiettarlo nel 2000 i votanti sono forniti da quest’anno di comodo streaming utile a pensionare i dvd, ma spesso si esprimono sulla fiducia. Sul sentito dire. Sull’amicizia. Se il sistema della telefonata ad personam: “Vorremmo chiederti la preferenza” è tramontato e lasciato in dote ai pescatori di imprese disperate, nelle cerimonie quirinalizie in cui l’eterno Gian Luigi Rondi officia ieratico davanti al presidente della Repubblica, parole d’ordine e promesse non evolvono. “L’importanza del reparto nell’economia italiana”, “La cultura come salvezza morale” eccetera, eccetera a meno che, di rado, non irrompa sul palco la psicanalisi involontaria di Sandro Bondi.

A una di queste riunioni (Le giornate dello spettacolo, nell’occasione) insultò da ministro i convitati bollandoli a suo modo “schiavi, servi, accattoni”. Ora che a Bondi è interdetto anche l’ingresso, rimangono gli altri. Ragazzi più giovani di Rondi, ma forse meno consapevoli che l’inizio della corsa non sempre corrisponde al risultato. La fine sembra infatti nota. Anche quest’anno. Se il problema dell’Oscar è la senilità del giurato (regolarmente sopra i 60) e il Cèsar francese soffre del medesimo gigantismo del David (3.000 persone a dire la loro, un delirio) quello dell’omologo italiano è la scontatezza. O l’ingiustizia come da cognome suggerisce Marco Giusti “I comici sono blanditi ma incapaci di sedersi stabilmente a corte. In un cinema che produce all’ 80 per cento commedie e rifiuta in toto di assegnargli riconoscimenti adeguati, le opere dei guitti avranno la consolazione del premio minore. Sceneggiatura, musica, cose così”. Si inizia a votare lunedì e già si trama nell’ombra. Arrivare a Cinecittà nel caldo di maggio e a portata di flash l’obiettivo. Luci della ribalta o del ribaltone?

da Il Fatto Quotidiano, 24 marzo 2012

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