manifestante davanti al parlamento grecoSembrava tutto risolto. Dopo aver rimandato per diversi giorni la decisione, i leader dei partiti che sostengono il governo del tecnico Lucas Papademos hanno dato il loro assenso al secondo piano di austerità in meno di due anni. Obiettivo: ridurre la spesa pubblica di 3,2 miliardi di euro entro fine 2012 a colpi di tagli e privatizzazioni. Era la condizione necessaria affinché l’Eurogruppo desse il via libera al nuovo prestito necessario ad Atene per ripagare i debiti in scadenza. Via libera che invece non è ancora arrivato. I ministri economici dell’eurozona hanno rimandato la decisione spiegando di dover analizzare con cura il piano greco. “Le negoziazioni sono progredite ma non ci siamo ancora”, ha detto il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble. Insomma, c’è il timore che il piano proposto da Atene possa non bastare.

La notizia dell’assenso dei partiti è stata comunque accolta positivamente dagli investitori, che sperano di sistemare al più presto la grana ellenica ed evitare il possibile effetto contagio sugli anelli deboli dell’Eurozona. A pagare, in ogni caso, saranno ancora una volta i greci, che se da una parte hanno evitato la svalutazione immediata dei loro beni, dall’altra sanno di dover tirare di nuovo la cinghia. Per questo i sindacati hanno indetto per domani l’ennesimo sciopero generale, questa volta di 48 ore. Con la firma dell’accordo, Atene si aspetta di ricevere un prestito da circa 130 miliardi di euro da parte della cosiddetta Troika, composta da Unione europea-Banca centrale europea-Fondo monetario internazionale. Sono soldi senza i quali non sarà possibile rifinanziare il debito di 14,4 miliardi di euro in scadenza il 20 marzo. Dall’altra parte l’accordo dovrebbe permettere allo stato ellenico di non rimborsare tutti i quattrini che già le sono stati prestati da banche, assicurazioni e fondi di investimento. Per loro la perdita netta proposta è del del 70%, ma i creditori devono ancora decidere se accettare.

Per definire il salvataggio greco mancano dunque alcuni elementi essenziali. Di certo c’è la smentita da parte di Mario Draghi, secondo cui la Bce non userà “trucchi legali” per salvare la Grecia. Dichiarazione che annulla le indiscrezioni secondo cui Francoforte potrebbe partecipare alla ristrutturazione del debito di Atene. I mercati sembrano comunque credere all’accordo, visto che ieri le borse europee hanno chiuso quasi tutte in positivo e l’euro ha guadagnato sulle principali monete straniere. In cambio del salvataggio, i leader di Pasok (centro sinistra), Nea Dimokratia (centro destra) e Laos (destra radicale) hanno però firmato un documento che rischia di far saltare i nervi a parecchi cittadini. I punti più contestati? Centocinquantamila licenziamenti nel settore pubblico, di cui 15mila già quest’anno. La privatizzazione entro giugno di alcune società, tra cui quelle energetiche. La riduzione del 22% del salario minimo, oggi fissato a 751 euro lordi. La sforbiciata alla sanità e alla difesa. La limitazione delle esenzioni fiscali, i tagli delle pensioni e il congelamento di tutti gli stipendi finché la quota dei disoccupati non scenderà sotto il 10%. Una misura, quest’ultima, che rischia di restare in vigore per molto tempo esasperando una popolazione già stremata. A novembre il tasso dei senza lavoro è arrivato infatti al 20,9%, con oltre un milione di persone disoccupate. Forse proprio per questo ieri si è dimesso il vice ministro del lavoro greco, Yiannis Koutsoukous, deputato socialista ed ex sindacalista dei dipendenti pubblici.

da Il Fatto Quotidiano, 10 febbraio 2012



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