Il Manifesto, nel suo giorno più difficile. Il giornale riunito come per un lutto, lo stanzone della redazione pieno di fumo, il senso del dramma che si avverte appena varcata la porta. Norma Rangeri parla lentamente, quasi pensando le parole – gravi – con cui apre la sua conferenza stampa: “Questo taglio ai fondi dell’editoria colpisce il nostro giornale e altri 200 in modo quasi letale. C’è rischio concreto, immediato di chiusura. C’è il rischio che Monti riesca dove Berlusconi ha fallito”.

Per capire quanto sia tragica l’atmosfera nella sede del quotidiano più antico della sinistra radicale (40 anni di vita, una bandiera nelle tasche di tanti lettori) basta contemplare il viso quasi scultoreo di Valentino Parlato, a fianco della direttrice. La mano del fondatore è appoggiata sulla fronte, la testa reclinata, gli occhi che si chiudono mentre scuote il capo. Parla poco, non nasconde il suo disagio: “Non sarà facile resistere, ma non ci arrendiamo”. La Rangeri invece è triste (ma anche incazzata). Si lascia sfuggire una battutaccia, sull’incertezza che aleggia da mesi intorno ai fondi che il governo dice di volere erogare, ma anche di voler tagliare, e che alla fine ha ridotto del 40 per cento: “Questo tira e molla rende impossibile qualsiasi piano industriale, qualsiasi forma di finanziamento: eppure conoscono bene i meccanismi del credito perché sono tutti banchieri”. Ancora più netta: “É un doppio attacco: quello della censura del potere e quello del malaffare di chi ha approfittato in questi anni di quei fondi senza averne diritto”.

I redattori sono tutti in piedi, vecchi e giovani. Tre generazioni de il Manifesto, tutti stretti nella sede di Trastevere, seconda casa del quotidiano comunista. Sono anni che il manifesto è in crisi, anni di campagne e sottoscrizioni, ma mai come questa volta il rischio di chiusura si è fatto terribilmente concreto. Ieri, sul quotidiano, una delle firme del giornale, Matteo Bartocci, ha rivendicato gli sforzi per risanare un bilancio drammatico: “I sacrifici che abbiamo fatto in questi anni sono senza precedenti. Abbiamo ridotto tiratura e distribuzione all’osso, siamo l’unico quotidiano nazionale non full color, il che ci fa risparmiare, ma ci rende meno appetibili per la pubblicità”. E poi i numeri della redazione: nel 2006 avevamo 107 dipendenti. Ora sono 74, 52 giornalisti e 22 poligrafici. Di questi 74, però la metà è in cassa integrazione. Per cui il giornale è fatto da 35 persone. Eppure il commissario liquidatore nominato dal governo potrebbe chiudere ugualmente i battenti della società.

Parlato, l’ultimo dei padri fondatori rimasti in redazione (visto che Rossana Rossanda abita a Parigi) dice: “Liquidazione non vuol dire chiusura. Se saremo in grado di aumentare le vendite, gli abbonamenti, se riusciremo a fare qualcosa di buono allora ci sono speranze concrete di poter continuare ad andare in edicola. Se le cose continueranno ad andar male non potremo fare altro che vendere la testata”. Poi parla Mario Salani, presidente di Mediacoop, l’Associazione dell’editoria in cooperativa: “Senza sapere quali sono le entrate si può solo chiudere”. Arrivano le domande, e la direttrice rincara: “Da anni denunciamo gli imbrogli intorno al finanziamento pubblico, i Lavitola, gli Angelucci e Caltagirone foraggiati come specchiati direttori ed editori. La pulizia nel settore è nostro interesse – aggiunge la Rangeri – alcune di queste irregolarità le abbiamo denunciate per primi”. Però il tema è se l’informazione sia un bene pubblico da tutelare: “È un modello che si sta affermando persino negli Usa come risposta ai problemi del conflitto di interessi e della libertà di informazione”. E poi: “Il mercato non è l’unico imparziale metro di giudizio sulla bontà di un’impresa informativa: chi lo invoca dovrebbe spiegare quale mercato esista oggi in Italia. Viviamo una situazione drogata, in cui la fetta più grossa della torta pubblicitaria viene mangiata dalla tv (56%), ai quotidiani rimangono le briciole (16,9%).

Mentre si fa la foto della redazione, la Rangeri tratteggia la linea dell’ultima e più importante battaglia: “Se la qualità dell’informazione coincide con il profitto, la sfera pubblica diventa fragile terreno di un populismo governato dalle multinazionali delle news”. Poveri, ma onesti. E senza nessuna intenzione di arrendersi. Parlano in segno di solidarietà Beppe Giulietti, di Articolo 21 e Paolo Butturini di Stampa Romana, il sindacato. I partiti di sinistra sono assenti: “Conoscendoli mi sarei stupito del contrario”, dice Parlato. E, solo per un attimo, una specie di sorriso amarissimo gli increspa il viso.

Il Fatto Quotidiano, 10 febbraio 2012

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