I primi soccorsi ai feriti dell'attentato del 6 febbraio 2012

Quinto giorno consecutivo di cannoneggiamenti sulla città siriana di Homs, ormai diventata il simbolo della rivolta contro il regime di Bashar Assad. Come fu per Hama venti anni fa, ai tempi di Hafez Assad, padre di Bashar, “Leone di Damasco”, che usò i suoi artigli per massacrare oltre trentamila persone in due mesi di assedio.

I video che circolano su YouTube mostrano i tank e i veicoli trasporto truppe dell’esercito regolare siriano che si muovono lentamente e minacciosamente tra gli edifici di Homs. I palazzi portano i segni dei colpi di cannone e delle granate di mortaio. Le parole di Assad, riferite dal ministro degli esteri russo Sergei Lavrov, di «un impegno completo» per la fine dello spargimento di sangue vengono sommerse dai razzi che, secondo le testimonianze che rimbalzano sui media internazionali, continuano a cadere sui quartieri più ostinati, come quello di Bab Amr. Hadi al-Abdallah, un attivista dell’opposizione raggiunto dall’emittente qatariota Al Jazeera, racconta di zone della città completamente isolate, senza energia elettrica, telefono e meno che mai accesso a internet. Al Bayada, Khalidiye e Wadi al-Arab sono altri quartieri presi di mira dall’artiglieria, che spara da posizioni a diversi chilometri di distanza dalla città.

Non ci sono stime precise del numero dei morti degli ultimi due giorni di pesanti cannoneggiamenti: alcune fonti parlano di almeno 43 vittime (Al Jazeera), ma altre parlano di almeno 53 morti e fino a 100 negli ultimi due giorni (Al Arabiya). A Bayada, secondo la tv di stato siriana, è esplosa un’autobomba che ha causato vittime tra le forze di sicurezza. L’attacco è stato attribuito a «gruppi terroristici». Paul Woods, il reporter della Bbc che si trova a Homs, riferisce che in città sono in azione molti cecchini e «centinaia» di granate di artiglieria e mortaio sono cadute sulla città, comprese granate a frammentazione, di quelle che esplodono a mezz’aria mandando schegge tutto attorno. Diciotto neonati, secondo quanto riferiscono i gruppi dell’opposizione, sarebbero morti nella notte in un ospedale pediatrico perché è saltata l’elettricità che alimentava il reparto con le incubatrici. Questa storia, però, è stata smentita con decisione dal ministero della Salute siriano, che ha affermato in un comunicato all’agenzia di stampa Sana che l’ospedale dove sarebbe successo, l’Al Walid, funziona normalmente. Altre testimonianze che rimbalzano su Twitter parlano di decine di cadaveri sepolti sotto le macerie, ma è impossibile avere verifiche concrete.

I tank non sono la sola preoccupazione per chi nella terza città della Siria ha protestato contro il regime o si è unito alle milizie del Free Syria Army. Secondo le testimonianze raccolte dalla Reuters, in città sarebbero in azione squadre di uomini armati, filogovernativi, che darebbero la caccia casa per casa agli oppositori.

Il comando delle operazioni è affidato al generale Zuhair al-Assad, parente del presidente, che comanda la 90 brigata di fanteria. Mentre, secondo alcuni siti di intelligence, in città ci sarebbero anche forze speciali britanniche e qatariote con il compito di fornire «consigli tattici» alle milizie del Free Syria Army e di mantenere le linee di comunicazione degli oppositori.

Sul piano internazionale, invece, l’iniziativa sembra essere stata assunta dalla Turchia. In un’intervista televisiva il ministro degli esteri Ahmet Davutoglu – in partenza per gli Stati Uniti dove incontrerà Hillary Clinton – ha annunciato che Ankara convocherà «al più presto possibile» una conferenza internazionale ampia, in Turchia o «in un altro paese della regione», con tutti gli attori regionali e internazionali interessati alla situazione in Siria. A queste parole, il capo della diplomazia turca ha aggiunto anche un avvertimento al regime siriano, invitando Assad «a non osare di giocare la carta dei separatisti kurdi» contro la Turchia. Mentre Davutoglu discuterà di Siria a Washington, il premier turco Tayyip Erdogan ne parlerà per telefono con il presidente russo Dimitri Medvedev. Erdogan è stato molto duro nelle critiche contro Mosca e Pechino, che sabato scorso hanno bloccato con il vedo la bozza di risoluzione Onu di condanna contro il regime siriano. Una telefonata probabilmente non basterà a modificare la posizione di Mosca, che continua a credere alle promesse di Assad. Secondo Lavrov, Assad ha dato mandato al vicepresidente Faruk al-Shaara di avviare un «dialogo integrale» per le riforme in Siria.

Di Siria parleranno anche Mario Monti e Barack Obama, il cui incontro è previsto domani. L’Italia, intanto, attraverso il ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata, ha espresso la propria «preoccupazione» e «irritazione» per il massacro di civili. Irritazione e preoccupazione che però non arrivano fino al punto di ipotizzare azioni militari internazionali contro Damasco. Le azioni che, stando alla Cnn, il Pentagono avrebbe iniziato a «prendere in esame», nonostante la fermissima opposizione dell’Unione europea, che per ora si limita a ipotizzare un ulteriore inasprimento delle sanzioni, da decidere nel Consiglio dei ministri degli esteri a fine febbraio. Le notizie della Cnn, comunque, indicano che per la prima volta, l’Amministrazione Usa inizia a ventilare un’azione militare. Forse più per fare la voce grossa e far capire soprattutto a Mosca che la soglia di tolleranza è già stata superata.

di Joseph Zarlingo

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