Nel giorno in cui l’offensiva dell’esercito siriano contro la città di Homs ha raggiunto un nuovo picco di violenza, gli Stati Uniti hanno deciso di chiudere l’ambasciata a Damasco e ritirare tutto lo staff diplomatico. Alla decisione di Washington si somma quella di Londra, che ha convocato in patria l’ambasciatore in Siria, ufficialmente per consultazioni, ma potrebbe essere il primo passo verso la chiusura dell’ambasciata britannica.

Così, dopo lo stallo all’Onu, dove sabato Russia e Cina hanno bloccato una risoluzione promossa dalla Lega araba e dai paesi europei per condannare il regime di Bashar Assad, la situazione in Siria sta precipitando rapidamente.

Dalla città di Homs, da giorni assediata dai tank di Assad e bersagliata dall’artiglieria pesante, filtrano sulla rete commenti e disperati appelli di aiuto. Come quello attribuito ad Abu Abdo Al Homsy, un attivista del locale consiglio rivoluzionario, che è riuscito a mandare all’emittente qatariota Al Jazeera le immagini degli edifici in fiamme: “Qui la situazione è orribile – ha detto Al Homsy ad Al Jazeera – Non sappiamo cosa fare. Stanno cadendo razzi sulla città, è un attacco massiccio. Non è possibile uscire di casa e non sappiamo quanti edifici sono stati colpiti o quante persone siano state uccise».

Secondo le voci dei gruppi dell’opposizione siriana, è da domenica che diverse zone della città, epicentro delle proteste contro il regime di Assad iniziate ormai undici mesi fa, sono sotto un incessante fuoco di artiglieria e carri armati. In uno dei quartieri più colpiti, Bab Amr, ci sono state almeno 50 persone ferite dalle schegge e dai proiettili. Negli ultimi due giorni, sono almeno 88 le persone uccise in Siria – non solo ad Homs ma anche in altre città del paese – dalle forze governative che continuano con la repressione costata già la vita ad almeno 6mila persone, secondo l’Onu. Secondo i ribelli, a Bab Amr sarebbe stato colpito anche un ospedale da campo, attrezzato nei giorni scorsi per assistere i feriti degli scontri tra le milizie del Free Syria Army e i soldati dell’esercito regolare. La tv di stato siriana, invece, riferisce che gli edifici sono stati fatti esplodere da “gruppi di terroristi”.

Gli Stati Uniti avevano annunciato alcuni giorni la probabile chiusura dell’ambasciata a Damasco, in mancanza di cambiamenti sostanziali nella situazione in Siria. Obama, la scorsa settimana, in un’intervista televisiva aveva detto che «la caduta di Assad non è questione di se ma solo di quando». Parole non molto diverse ha usato il ministro degli esteri britannico William Hague annunciando a Westminster la decisione di richiamare l’ambasciatore: «E’ un regime condannato a fallire e un regime assassino – ha detto Hague davanti ai deputati – non c’è alcuna possibilità che possa riconquistare la propria credibilità internazionale».

Il ministro degli esteri britannico ha anche annunciato che Londra farà pressione sugli altri paesi dell’Ue per una nuova stretta alle sanzioni contro il regime. Se ne parlerà già nel prossimo incontro dei ministri degli esteri dei 27 paesi Ue, il 27 febbraio prossimo. Il primo passo verso nuove sanzioni, però, è venuto già oggi dall’incontro a Parigi tra la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy. L’incontro è stato accompagnato da un mini-summit tra i ministri degli esteri Guido Westerwelle e Alain Juppe. Nella conferenza stampa finale, Angela Merkel si è detta “sconvolta” per gli eventi in Siria e si è rivolta direttamente alla Russia chiedendo se «Mosca davvero pensa di poter tornare alla situazione precedente e di governare il paese senza il consenso dei cittadini».

E intanto, si fanno sempre più realistiche le previsioni fatte dal premier turco Recep Tayyip Erdogan. Qualche giorno fa, Erdogan aveva parlato del rischio che la Siria «scivoli in una guerra civile». Dalle colonne del quotidiano libanese An-Nahar, Nabil Boumonsef, uno degli editorialisti, scrive: «Non stiamo parlando più del rischio ipotetico di una guerra civile. Siamo nel mezzo della guerra civile. E’ già cominciata». La sproporzione di mezzi tra i combattenti del Free Syrian Army – appoggiato dal Consiglio nazionale siriano, il cartello più importante tra i gruppi di opposizione, costituito soprattutto da esuli – e quelle dell’esercito regolare di Damasco rende la situazione ancora più drammatica. Innanzitutto per i civili di Homs, che in questi giorni stanno facendo esperienza sulla propria pelle della pervicace durezza di un regime che non ha alcuna intenzione di mollare la presa. Costi quel che costi.

di Joseph Zarlingo

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