Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti

Titoli di coda. Il rapporto tra Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti si è spezzato definitivamente nel Consiglio dei Ministri di ieri. In maniera fragorosa. Risultato? Il governo è nel caos più totale e i risultati sono sotto gli occhi di tutti, con l’incapacità da parte dell’esecutivo di mettere a punto uno strumento in grado di respingere l’offensiva dei mercati. E se è vero, come è vero, che il quadro è questo, molto dipende anche dalla diversità di intenti e vedute tra Berlusconi e Tremonti.

Uno voleva il decreto legge per arrivare al G20 di Nizza con qualcosa di concreto, l’altro puntava sul maxi emendamento e per ottenerlo ha fatto sponda sul Colle, a cui il dl ‘carrozzone’ era più che indigesto. L’effetto della dicotomia è stato uno scambio di accuse durissimo, come mai era successo prima. I ‘lealisti’ berlusconiani’ proponevano, Tremonti rimandava le ipotesi al mittenti. Fino alla goccia che ha fatto traboccare il vaso. “E basta, dillo chiaro che vuoi mandare a casa il presidente!” ha sbottato il ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani, con il titolare dell’Economia che, per rispondere, si è rivolto direttamente al premier. “Non sto dicendo questo – ha detto Tremonti -, sto dicendo che lunedì ci sarà un disastro sui mercati se tu, Silvio, resti al tuo posto e non fai un passo indietro. Perché il problema per l’Europa e i mercati, giusto o sbagliato che sia, sei proprio tu”.

Una stilettata al cuore del Cavaliere, che non ha potuto tacere. “No, il problema sei tu invece  -ha detto Berlusconi – , sono tre anni che vai a sparlare in giro per il mondo del tuo Paese e del tuo presidente del Consiglio”. Tremonti, a questo punto, ha puntato sulla dietrologia. “Se avessi potuto fare il ministro come avrei voluto, oggi non saremmo a questo punto” ha detto, con Berlusconi che ha ribattuto usando lo stesso mezzo: “Se avessi potuto io fare il premier come avrei voluto, tu non saresti il mio ministro!”.

Accuse e stilettate a parte, alla fine la battaglia l’ha vinta Tremonti, tanto che il decreto tanto voluto è diventato solo un maxi emendamento, per giunta spuntato in mancanza di misure su pensioni e mercato del lavoro. E il pensiero della Lega, che puntava sulla linea dura, non si è fatto attendere. Sibillino e al tempo stesso ‘minaccioso’ il pensiero di Roberto Calderoli. “Decreto legge alla memoria: quando si calano le braghe bisogna stare molto attenti a coprirsi le spalle perché svolazzano i temuti uccelli paduli…”.

E sulla carcassa di un ‘amore’ politico ormai finito, ecco svolazzare gli avvoltoi che, secondo il segretario del Pdl Angelino Alfano, hanno colori e visi ben conosciuti. “Casini è scatenato, sta per lanciare una nuova formazione politica per raccogliere una decina di parlamentari nostri e far saltare il governo. Si chiamerà ‘costituente dei moderati’, guardate che sono pronti”. Forse l’ex Guardasigilli ha ragione: stamane sul tavolo del premier è arrivata la lettera di sei frondisti e persino alcuni fedelissimi hanno iniziato a defilarsi. Insomma, scene da fine impero.

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