La spaccatura del Consiglio di sicurezza dell’Onu non poteva essere più evidente e profonda. Susan Rice, l’ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite, ha lasciato la seduta dove si discuteva la bozza di risoluzione preparata dai diplomatici europei per condannare le violenze del regime siriano. La bozza, in lavorazione ormai da mesi, è stata più volte annacquata per cercare di superare le obiezioni cinesi e russe. Ma non è bastato. Il massimo del consenso a cui il Consiglio di sicurezza è riuscito ad arrivare sono stati nove voti a favore della bozza, quattro astensioni (Libano, India, Brasile e Sudafrica) e due voti contrari, però molto pesanti, quelli di Russia e Cina che hanno deciso di usare il potere di veto, bloccando ogni ulteriore discussione. Durissima la reazione dell’ambasciatrice Rice: “Gli Stati Uniti sono basiti per come questo consiglio ha fallito nell’affrontare una urgente sfida morale di fronte a una crisi che è una minaccia crescente per la pace e la sicurezza internazionale”.

Le ragioni del no russo e cinese sono state spiegate dai rispettivi ambasciatori. Il rappresentante di Mosca, Vitaly Churkin ha spiegato che il testo della risoluzione bocciata riflette “una differenza di approccio politico” tra Mosca e le diplomazie europee, contrarie, secondo lui a una “soluzione pacifica della crisi”. Mosca continua a ripetere da mesi che il regime di Damasco dovrebbe “attuare più rapidamente le riforme promesse”, nonostante l’evidenza di nove mesi di repressione che hanno causato almeno 2700 morti accertati. Secondo Churkin, inoltre, l’adozione di una risoluzione di condanna avrebbe potuto aprire la strada a un intervento armato internazionale come quello ancora in corso in Libia. Un’ipotesi che per Mosca è da escludere con ogni mezzo. Su questo punto si sono concentrate anche le obiezioni dell’ambasciatore cinese Li Baodong, che ha criticato il fatto che nella bozza non fosse esplicitamente escluso un intervento militare internazionale, nonché “l’interferenza negli affari interni della Siria” da parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Il testo, peraltro, conteneva oltre alla condanna della repressione, la previsione di “misure mirate” contro il regime, ovvero nuove sanzioni internazionali, stavolta però non limitate a quelle decise da Usa e Unione europea, ma estese anche agli altri paesi.

Di fronte al veto di Mosca e Pechino, durissima è stata anche la reazione della Francia. “Non possiamo sottovalutare il senso politico di questa decisione – ha detto l’ambasciatore Gerard Araud – . Non è una questione di parole, è una questione politica. È il rifiuto di qualsiasi risoluzione contro la Siria. Questo veto comunque non ci fermerà – ha aggiunto Araud – Non vuol dire che il regime di Damasco adesso ha carta bianca”.

È chiaro però che il segnale per il presidente Assad è che il suo governo può ancora contare su sostanziosi appoggi internazionali. Ieri, Amnesty International ha diffuso un rapporto su come i servizi segreti siriani cerchino di impedire che gli esuli all’estero diventino una voce della protesta anti-regime, mentre nel paese si moltiplicano le notizie di scontri tra l’esercito governativo e unità di militari che hanno scelto di schierarsi dalla parte dei ribelli.

Il voto all’Onu è stato accolto come una doccia fredda anche dal neonato Consiglio Nazionale siriano, formato pochi giorni fa Istanbul raccogliendo l’80% dei gruppi dell’opposizione siriana, dalle minoranze kurde e assire, fino ai Fratelli musulmani, che hanno assicurato il proprio impegno per uno stato democratico e il loro sostegno al cartello delle opposizioni. Proprio il Cns, dopo la conclusione del summit aveva ribadito il proprio impegno per la caduta del regime di Assad, e chiesto l’appoggio della comunità internazionale, senza però interventi armati.

Una presa di posizione che non è bastata evidentemente a fugare i dubbi russi e cinesi, alimentati da come, secondo le rispettive diplomazie, la Nato ha superato i limiti imposti dalla risoluzione 1973, quella che ha dato il via all’azione militare contro la Libia, diventando di fatto parte attiva nella guerra civile tra quel che resta del regime di Gheddafi e le truppe del Cnt.

di Joseph Zarlingo

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