Una settimana fa moriva nel mare di Mondello, colpito con violenza sul capo, un ragazzo di 23 anni. A colpirlo non furono le mascelle di uno squalo, ma l’elica del gommone sul quale si trovava con amici. La notizia rimbalzò sui mezzi di comunicazione, anche nazionali, per un giorno o due prima di scomparire nel limbo che tutto inghiotte e dissolve per far posto a nuove tragedie, perché la qualità delle notizie dipende dalla loro novità più che dalla loro gravità.

Essere stato ucciso da uno squalo oppure da un’elica ormai non fa differenza per il malcapitato che non c’è più; tuttavia, se invece di un gommone si fosse trattato di un grande predatore, i mezzi di informazione ci avrebbero chiosato sopra per settimane. Poco importa se la pericolosità reale delle eliche – come dimostrato da eventi fin troppo frequenti – sia per i bagnanti superiore di svariati ordini di grandezza rispetto a quella degli squali, che nell’intero Mediterraneo hanno attaccato una persona meno di venti volte in 110 anni. In Italia, per esempio, l’attacco mortale più recente da parte di uno squalo fu quello avvenuto nel Golfo di Baratti 22 anni fa: un morto nell’arco di una generazione, in un mare dove i bagnanti si contano a milioni ogni estate, significa irrilevanza.

Eppure, malgrado l’evidenza e malgrado lo sfaldamento del mondo naturale che dovrebbe essere manifesto agli occhi più miopi, l’atteggiamento comune di fronte al rischio ormai sbiadito di venire insidiati da un animale selvatico è rimasto quello dell’uomo delle caverne. Giorni fa, all’ora dell’aperitivo, conversavo sull’argomento con un affermato professionista, maturità classica, laurea prestigiosa in economia, preparazione culturale apparentemente solida. “È mai possibile – diceva l’amico – che non si sia ancora riusciti a estirpare dal mare questi animali così pericolosi?”. Il pistacchio che stavo sgranocchiando per poco non mi è andato di traverso, strozzandomi. Sono più numerosi gli esseri umani morti per un pistacchio che quelli uccisi dagli squali.

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