La celebre agenzia di rating Standard & Poors venerdì ha declassato il debito pubblico – nientemeno – degli Usa. JP Morgan: “Provocherà un aumento dei tassi d’interesse che costerà 100 miliardi l’anno”. La Cina ha protestato. I Repubblicani hanno esultato (senza averne titolo: quando Obama prova ad aumentare le tasse ai ricchi o ridurre le spese militari, fanno ostruzionismo): “lo avevamo detto: il debito va ridotto subito, subito, subito…”. I media di mezzo mondo scatenati: “Il crollo, alla riapertura dei mercati, è inevitabile”. Ma i mercati, al contrario, hanno fatto incetta di titoli pubblici americani, spingendo i rendimenti decennali al minimo storico: 2,37%. Cos’è successo?

Venerdì S&P ha giustificato il downgrading presentando proiezioni pessimiste sul debito Usa. Ma il ministero del Tesoro americano ha subito evidenziato un ‘piccolo errore’ nelle stime: due trilioni di dollari! S&P ha provato a negare, poi ha ammesso l’errore. Ma invece di cambiare il suo giudizio ha cambiato la sua motivazione (da ‘economica’ a ‘politica’). Questi signori sono gli stessi che nel settembre 2008 attribuivano il rating ‘A’ alla banca Lehman Brothers mentre falliva, e finanche la tripla ‘A’ ai titoli tossici sui mutui immobiliari.

I mercati hanno dimostrato di non tenere in nessun conto il giudizio di S&P. Hanno semmai manifestato preoccupazione nel caso qualcuno dovesse prendere le ricette di S&P sul serio. Gli americani hanno sì un debito crescente, e politici fanatici che fanno di tutto per affossare l’economia pur di affondare Obama. Ma la sostenibilità del debito Usa è, per ora, fuori discussione.

Assieme a S&P, ne escono male anche gli economisti neoliberisti. Che nel 2008 avevano avvertito: lo stimolo all’economia voluto da Obama spingerà in alto in pochi mesi i tassi d’interesse a lungo termine, che affosseranno la ripresa. Stessi avvertimenti nel 2009, nel 2010, nel 2011, e … sabato. E invece… Questi economisti non vogliono stimoli fiscali né monetari, perché non concepiscono le politiche a sostegno della domanda. Trent’anni fa dichiararono estinto il ‘ciclo economico’ di domanda: era dunque possibile mandare in soffitta Keynes. Hanno sviluppato i loro modelli basandosi su questo dogma. Ora che il mondo è in ginocchio a causa di una depressione della domanda, profonda e non ‘auto-stabilizzante’, ammettere che il progetto scientifico della loro vita era sbagliato… gli rode. E ‘nun ce vonno sta!’ Intanto, i neokeynesiani andavano raffinandosi, e sono oggi in grado di capire la crisi, produrre previsioni attendibili e politiche sofisticate.

Oggi i mercati obbligazionari americani sono andati alle stelle, mentre le borse crollavano. Qual è il messaggio? Mercato del debito Usa: “Non abbiamo nessuna paura per la sostenibilità del debito americano. E neppure dell’inflazione”. Mercati azionari e obbligazionari: “Abbiamo paura della depressione”. Tutti: “Vogliamo politiche per la crescita: è quella la garanzia della stabilità finanziaria. E quando diciamo ‘crescita’, intendiamo crescita della domanda, della spesa: pubblica o privata (negli Usa!) non importa”.

Io non sono ‘keynesiano’. In altre congiunture utilizzo tranquillamente anche i modelli neoclassici. Non sono legato a una scuola. Ma oggi, voglio proprio vedere come faranno i neolib a spiegare la giornata sui mercati: declassamento del debito Usa, nuovo crollo delle borse e, assieme, spettacolare rally dei titoli pubblici americani.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: il tuo contributo è fondamentale

Il tuo sostegno ci aiuta a garantire la nostra indipendenza e ci permette di continuare a produrre un giornalismo online di qualità e aperto a tutti, senza paywall. Il tuo contributo è fondamentale per il nostro futuro.
Diventa anche tu Sostenitore

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Rafforzare l’Efsf, emettere eurobond
svalutare l’euro. Ecco le possibili misure

next
Articolo Successivo

CdM a Ferragosto? Neanche il Duce…

next