Sono tornate le proteste e i cartelli nelle strade del Regno Unito. Ieri, durante una massiccia 24 ore di sciopero organizzata dai dipendenti pubblici contro i piani del governo di revisione e tagli delle pensioni, centinaia di migliaia di dipendenti pubblici non si sono presentati al lavoro in tutto il Paese, causando la chiusura totale o parziale di almeno il 40 per cento delle scuole statali e il blocco di numerosi servizi – tra cui anche i centralini delle forze di polizia.

Nonostante Downing Street avesse tentato di sminuire il volume della protesta, affermando nelle prime ore del mattino che “i numeri indicavano un’adesione alla manifestazione relativamente bassa rispetto alle previsioni”, la realtà è stata ben diversa.

Solo a Londra, oltre 3.000 agenti di polizia sono stati impegnati in un doppio turno nelle strade della capitale su precisa direttiva del sindaco Borish Johnson, per contenere i manifestanti e, soprattutto, per evitare lo scatenarsi di altri episodi di violenza e guerriglia urbana già verificatisi alcuni mesi fa (quando protestarono gli studenti).

Solo 100.000 manifestanti, secondo fonti governative; molti di più, dicono i leader sindacali. Le organizzazioni degli insegnanti, tra i principali promotori della protesta, hanno registrato un’adesione di oltre 210.000 solo tra i loro iscritti, maestri e professori.

“Il volume della protesta in tutto il Paese è la prova della rabbia e della frustrazione che questo governo sta provocando negli insegnanti,” afferma Christine Blower, segretario generale della NUT, la National Union of Teachers.

“[Gli insegnanti] non possono starsene immobili mentre le loro pensioni vengono dimezzate, proprio quando è dimostrato che il sistema pensionistico è assolutamente sostenibile e i costi stanno diminuendo.”

Nei giorni scorsi, David Cameron aveva difeso la necessità di una riforma dicendo che il sistema sarebbe altrimenti “andato in pezzi”. Le previsioni ufficiali – diffuse proprio ieri – affermano invece che i costi delle pensioni per lo stato diminuiranno sensibilmente nei prossimi anni.

La National Union of Teachers, l’Association of Teachers and Lecturers (ATL) e la University and College Union (UCU) sono le maggiori organizzazioni sindacali nel settore dell’istruzione e contano, messe insieme, circa 750.000 iscritti. Secondo dati forniti dai loro leader, oltre 11.000 scuole ieri hanno dovuto chiudere, totalmente o parzialmente, su un totale di 21.500.

In serata, Downing Street ha mantenuto la sua linea critica verso la protesta affermando, tramite un portavoce del Premier Cameron, che “i numeri parlano da soli” e che “il supporto ai sindacati è stato decisamente minore delle stime”.

Anche le opposizioni hanno scelto di non stare dalla parte dei manifestanti. Il leader dei laburisti, Ed Milliband, ha criticato la scelta di scendere in piazza “quando il tavolo della trattativa è ancora aperto”. Una linea simile è stata seguita anche dai Lib-Dem di Nick Clegg, che auspicavano di aspettare la fine dei negoziati e la presa visione del progetto del governo.

Per il segretario del PCS (Public and Commercial Services Union) Mark Serwotka, i dipendenti pubblici “non hanno scelta a parte la protesta di piazza” perché – ha affermato – il governo “non ha intenzione di scendere a compromessi sui temi centrali della protesta, la salvaguardia delle pensioni”.

La giornata si è svolta in un clima pacifico, se si escludono alcuni scontri di bassa intensità tra forze dell’ordine e piccoli gruppi di manifestanti. La Metropolitan Police ha trattenuto una trentina di persone – sei delle quali sono già state rilasciate.

Si è trattato, comunque, di un ulteriore messaggio di forte scontento da parte della popolazione, e di non appoggio ai piani del governo conservatore in tema di spesa e di tagli – a cui anche il Regno Unito sta facendo fronte.

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