Mentre dalla Tunisia l’ondata rivoluzionaria si è abbattuta sull’Egitto, l’Unione europea non riesce ad andare al di là di tiepide prese di posizione. Troppi d’altronde gli interessi in gioco nell’area mediterranea perché Bruxelles possa alzare la voce contro quello che rischia di diventare un vero e proprio massacro.

Prima ancora dei tumulti in Egitto, Euro-Mediterranean Human Rights Network (Emhtn) aveva denunciato senza mezzi termini la “vicinanza” di alcuni Stati Ue con il regime tunisino. Interessi che coinvolgono soprattutto i Paesi dell’area mediterranea come Italia, Spagna e Francia, legati a doppio filo con Tunisi sia da accordi commerciali sia per “tenere sotto controllo l’immigrazione clandestina”. In prima fila la Francia, per posizione geografica e per ragioni storico-coloniali.

Bruno Le Maire, ministro francese dell’Agricoltura, aveva dichiarato candidamente che “prima di giudicare un governo straniero bisogna conoscere bene la situazione sul campo”. Intanto “sul campo” erano già caduti 66 dimostranti, cifra che è lievitata nei giorni successivi. Ma Le Maire non aveva dubbi: “Il presidente Ben Ali è stato spesso giudicato in modo sbagliato. La Tunisia non è un Paese in difficoltà”. Dopo qualche giorno Ben Ali si è dato alla macchia.

Non è la prima volta, d’altronde, che i Paesi Ue dell’area mediterranea cercano di buttare acqua sui focolai nordafricani, basti pensare all’attacco all’accampamento di El Aaiun nel Sahara occidentale da parte dell’esercito marocchino dello scorso ottobre, attacco costato decine di vite umane. In quell’occasione Spagna e Francia hanno fatto il possibile per evitare una condanna internazionale forte. Il Marocco come la Tunisia restano, infatti, gli interlocutori privilegiati dei Paesi Ue dell’area mediterranea per immigrazione e pesca, quest’ultima praticata in un regime di quasi monopolio. Lo stesso ministro degli Esteri francese, Michele Alliot-Marie, aveva affermato pubblicamente che “il nostro primo messaggio dovrebbe essere di amicizia tra il popolo francese e tunisino. Non dobbiamo dare lezioni a nessuno, quella tunisina è una situazione complessa”.

Sta di fatto che, dopo le tiepide dichiarazioni di Lady Ashton, Alto Rappresentate per la politica estera Ue, e Stefan Fule, commissario Ue all’Allargamento, sullo “stato avanzato delle negoziazioni”, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione con la quale chiede “di rivedere la politica europea di vicinato anche inserendo una clausola sui diritti umani in tutti gli accordi con i Paesi terzi”.

Intanto Emelie Doromzee, di Euro-Mediterranean Human Rights Network, avverte che il peggio potrebbe ancora venire. “C’è qualcosa di grosso all’orizzonte – avverte Matthieu Routier di Emhtn – Nonostante la censura, i dimostranti stanno utilizzando Internet e Facebook per organizzarsi. Si sta formando un vero e proprio movimento democratico nell’era di Internet, così come accaduto in Iran”. Secondo Emhtn, ormai non si tratta più solamente di ragioni politiche o economiche, ma del “rispetto della libertà di pensiero ed espressione”. La “Wikileaks Revolution” potrebbe essere solo all’inizio.

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