L’intervista - Bruno Pizzul

Bruno Pizzul, voce della Rai: “Il calcio un mondo sempre più chiuso. Io giocavo a carte con i calciatori”

La voce della Rai: “Si discute come se il pallone fosse una scienza esatta, si diventa comici”

27 Agosto 2017

Ha la telecronaca nella voce. O è lui la telecronaca per generazioni e generazioni. Con Bruno Pizzul ogni parola, sillaba, termine aulico, espressione sembra di viverla in diretta su Rai1: il tono pacato non ha tempo, scandisce, gioca con i termini, i ricordi, le emozioni; conosce il potere della pausa, breve, a effetto. Alleggerisce anche quando ricorda la sua morte annunciata un paio di volte sul web (“Il problema era che mi squillava sempre il cellulare, non riuscivo a terminare la partita a carte”). A 79 anni ha lasciato Milano, è tornato a vivere nella sua Cormons, al confine con la Slovenia, dove è nato, cresciuto, e da dove un giorno “del 1968 sono partito, spinto da mia moglie, per un concorso in Rai: assunzione nel 1969, e l’anno dopo inviato ai Mondiali di Messico 1970”. Nando Martellini era il cronista della Nazionale. Lui il discepolo. Fabio Capello, suo amico e vicino di casa (“Abitiamo a distanza di pochi chilometri, ci vediamo quando viene a trovare la madre”) ancora non era un centrocampista dell’undici azzurro.

Il mondo del calcio visto da Bruno Pizzul…

Chiuso, sempre più chiuso, e la situazione si è inasprita in questi ultimi quindici anni: prima era possibile costruire dei rapporti personali più intensi, ora tutto si svolge solo attraverso i social e con annessi gli atteggiamenti dei calciatori e non solo loro, spesso sopra le righe.

Vivono fuori dal contesto…

È una realtà che si è ritirata in se stessa, ma non solo con i media, anche con i tifosi: manca il giusto rispetto, il giusto contatto, la condivisione umana e sociale. È come se la forbice tra loro e il resto del mondo si fosse allargata a scapito di un piacevole e opportuno confronto.

Ai suoi tempi?

Per noi giornalisti erano un piacere pure le conferenze stampa, alla fine delle domande uscivamo dai ruoli ufficiali e andavamo a giocare a biliardo, o a carte con i tecnici, i giocatori, i rappresentanti delle squadre; eravamo delle persone, degli uomini, delle individualità. Ora tutto è irregimentato.

I calciatori sono delle star…

Non mi piacciono molto, anche se la colpa non è la loro, vivono sotto una campana di vetro, con questi procuratori che gestiscono tutto e queste società che si prestano: è una forma di disimpegno sociale, poi quando smettono la carriera agonistica restano degli uomini non abituati alla vita. Anzi, la vita non la conoscono proprio.

E torniamo al concetto della distanza dai tifosi…

Come possono capire la passione, la dedizione di chi li segue? Come possono parlare di sacrificio quando l’ovatta avvolge la loro vita?

Lei è stato un calciatore…

Il talento era inversamente proporzionale alla passione, ed è un percorso che non ricordo con particolare orgoglio. Quando andai a incontrare il presidente del Catania, mi disse: “Forse non è chiaro, ci dovrebbe pagare per indossare la nostra maglia”.

E lei?

Diventai rosso, ma il suo ragionamento filava, e non era legato alle mie qualità agonistiche o tecniche, era proprio una concezione differente dei ruoli. Oggi hanno la pappa pronta, lo vedo anche quando vado a trovarli in ritiro.

Cosa accade?

In casa di Milan e Inter trovo il rispetto di un tempo, le abitudini, i giusti formalismi, però appena possono scatta la fuga in solitaria dei giocatori: spariscono nelle loro stanze, si appartano da soli o in micro-gruppi, si attaccano al cellulare, giocano con la PlayStation, non condividono nulla con i compagni.

È il calcio moderno, sono professionisti…

Con un neo: non si costruisce un gruppo, è impossibile, non si crea il giusto amalgama, non ci si guarda negli occhi, non si capisce e non si cresce. Ognuno ha il suo mondo, l’autoreferenzialità vince.

Sono la generazione con le cuffiette.

Penso a Giovanni Galeone quando lasciò l’Udinese dopo poche giornate: “Non posso allenare un gruppo di deficienti perennemente con la musica nelle orecchie”. Queste parole le condivido sempre di più.

Non nascono neanche i leader…

Nessuna personalità alla Schiaffino (uruguayano ex di Milan e Roma).

Com’era?

Un vero signore, sempre elegante, mai fuori luogo, composto e con un forte ascendente verso i compagni e i tifosi: a quel tempo il pullman della squadra rossonera si fermava a un centinaio di metri dallo stadio, e gli appassionati attendevano i calciatori, sia prima che dopo il match.

Altro che sicurezza stretta…

Specialmente alla fine della partita, lui aveva istituito uno stratagemma per riuscire a divincolarsi senza scontentare: metteva i tifosi in fila per due, saliva sul pullman, si sedeva, tirava fuori dalla tasca un timbro con la sua firma e via con gli autografi. Di lui Brera diceva: “Riesce sempre a realizzare due passaggi con un unico tocco”.

Le piaceva Brera?

Sapeva prendere posizione, e in maniera categorica, ogni tanto cadeva su delle cantonate, però era Brera; tutto corredato da un linguaggio ricercato: fondeva l’italiano con dei lombardismi, ma non voleva essere associato a Gadda.

Non amava Gadda?

Per niente. Comunque il suo stile ha tracciato una strada, in molti hanno tentato di imitarlo, e male (silenzio). Gianni era un tipo particolare, amava scegliersi gli amici, non cercava la convivialità imposta. Noi due non andavamo d’accordo sui vini, mi insultava per la mia passione sui bianchi, riteneva i friulani degli zoticoni. Concepiva solamente i rossi.

Lei è una persona sempre pacata, il suo tono cambia difficilmente…

Sono abbastanza tranquillo, mi innervosisco solo quando mi confronto con la mia scarsa manualità, lì posso raggiungere le vette massime del disappunto, con il mio “brutto il mondo”. I miei nipoti (ne ha undici) mi prendono in giro per questo.

Questa calma le è servita sul lavoro?

Molto, anche perché non ho mai avuto una concezione eroica rispetto al mondo del calcio, non ho mai coltivato una passione missionaria come molti colleghi di oggi; l’altro vantaggio è stato quello di averci giocato, aver visto dal campo certi meccanismi reali e psicologici.

I giornalisti con il Pizzul calciatore?

Non molto carini, arrivavo a detestarli quando mi davano dei quattro in pagella.

Prima ha accennato ai suoi colleghi di oggi…

Lo stile dei telecronisti è cambiato per stare dietro alle immagini: un tempo si utilizzavano solo due telecamere, i calciatori erano delle formichine, però lo spettatore aveva una visione d’insieme, poteva capire la tattica, i movimenti senza palla; oggi i registi hanno una preparazione di carattere cinematografico, devono staccare sulla bella ragazza, la luna piena, la fidanzata o moglie del calciatore, il volto celebre, la smorfia. È tutto frammentato. E il telecronista deve andare appresso a questi tasselli come fosse un mosaico e con uno stile secco e trattenuto.

Lei ha un linguaggio forbito…

Forse merito dei miei studi al liceo classico e poi Giurisprudenza, però sono stato spesso criticato, giudicato troppo aulico e ridondante.

Per il rigore sbagliato da Baggio nella finale del Mondiale contro il Brasile lei ha detto solo “alto!”.

Quelli sono momenti particolari, emozioni totalizzanti, prima dei quali è difficile prepararsi.

La sua “scuola” da telecronista…

Dal 1970 al 1986 venivo dopo Nando Martellini, io il suo successore, quindi avevo il diritto di scegliere la partita da seguire, esclusa l’Italia: grazie a questo ho visto gare memorabili, magari a lui toccavano gli Azzurri contro il Lussemburgo, e a me il match tra Germania e Inghilterra.

Non le andava così male…

Ho visto partite bellissime.

Da telecronista dell’Italia l’hanno accusata di portare male…

Da noi è quasi inevitabile: ci fermiamo davanti a un gatto nero.

Lei no?

Io passo. Anzi nel mio paese venivano salvati solo quelli neri: Pigna, da bravo napoletano, non voleva mai venire a Cormons: “È pieno di gatti neri!”

Com’è questa storia dei gatti neri?

Non so bene il motivo, ma quando ero ragazzo eravamo invasi dai felini, e il Paese decise di liberarsene, salvarono solo i neri.

Il Pizzul studente?

Tutti i giorni partivo da Cormons, prendevo il treno delle sette per arrivare a Udine: ero bravo sul piano del rendimento, pessimo in quanto a condotta.

Come, condotta?

A 15 anni giocavo a pallone, e i miei professori non erano contenti, mi davano del presuntuoso, dicevano: “Non è possibile svolgere bene le due attività, non può tradurre Platone e calciare una palla”. Alla fine del penultimo anno mi hanno detto: “Non le diamo sette in condotta (bocciatura automatica) se ci assicura di andare via prima della maturità”.

Boicottaggio…

Il mio era un liceo particolare, diviso in tre sezioni: nella A andavano i figli dei ricchi e dei nobili; nella B i borghesi; nella C, la mia, tutti coloro i quali arrivavano dai paesi. Alla fine ero diventato un paladino dei diritti dei contadini.

L’ultimo anno di superiori?

A Gorizia, e con una situazione diametralmente opposta. Comunque c’è un finale quasi cinematografico rispetto al liceo di Udine: qualche anno fa mi hanno chiamato per celebrarmi, hanno avuto del coraggio misto a faccia tosta.

Lei è andato?

Ovvio, e ho ritrovato alcuni compagni del tempo: pure nella vita, la partita non finisce allo scoccare del novantesimo minuto.

È iniziato il campionato 2017-2018…

Questa overdose di calcio è dannosa: negli ultimi anni se uno accende la televisione ha quasi la certezza di trovare o un pallone che rotola o uno chef che cucina. Troppo…

Ovunque…

Si discute con toni categorici, come fosse una scienza esatta, a volte le persone diventano comiche, quasi grottesche. Brera diceva: “Il calcio è bello perché è un mistero agonistico”. Mentre il mio amico Luis Suarez ripeteva: “Sai a quante partite ho partecipato? Tante. Eppure non ricordo un caso, neanche uno, nel quale abbiamo dato retta a quanto detto in precedenza dall’allenatore”.

E la noia delle frasi di contesto post-partita?

Qualcosa di inutile, dicono sempre le stesse cose, secondo me i colleghi sono felici quando una squadra entra in silenzio stampa, almeno non devono ascoltare certe frittate già cucinate

È l’anno del Var…

Non sono convinto della validità, dell’efficacia, ho il timore possa creare un caos totale: in certe situazioni, come per il fuorigioco, non è possibile formulare, sempre, un giudizio certo. Vedrete… (Ho un breve attacco di tosse, mi scuso). Deve bere. Per le telecronache mi portavo sempre un bicchiere d’acqua, poi un giorno me l’hanno impedito: ragioni di sicurezza.

Lei ha raccontato delle intemperanze di alcuni suoi colleghi…

Ora si sono civilizzati, ma un tempo i più scalmanati erano i sudamericani: in particolare, quando capitavo accanto agli ecuadoregni, era quasi complicato seguire la partita: erano in tre e litigavano per il microfono, magari si toglievano le scarpe e le sbattevano sulla postazione.

Al momento del gol erano urla…

Una formula di sicurezza: il grido lungo, il famoso goooooooooool, serviva a guadagnare il tempo per capire chi realmente aveva segnato. Il loro opposto era un collega belga, parlava pochissimo, pronunciava solo il nome del calciatore; pensavo gli si fosse staccato il microfono.

Ha conosciuto Pelé…

Alla vigilia di Italia-Brasile del 1970, e per l’emozione, gli rivolgo la domanda più stupida: “Chi vince domani?”. Lui mi guarda, e con uno sguardo sornione risponde: “Non conosco molto il vostro campionato, ma la vittoria è vostra”. Come nostra? “Se tenete fuori uno come Rivera, vuol dire che ne avete dieci superiori a lui. Quindi non c’è match”.

Lo ha più rivisto?

Molti anni dopo in un incontro alla Gazzetta, si è ricordato di me, ed è stata una bella soddisfazione.

La battuta di Pelé dimostra come spesso chi ha buoni piedi ha anche buona la testa…

È così, altrimenti si rientra nella categoria dei talenti sprecati come Cassano e Balotelli.

È vero che rubava il vino al prete?

Ero chierichetto e con i miei amici aprivamo la fiaschetta e lo assaggiavamo, una sorta di svezzamento benedetto dall’alto.

È un volto celebre da molti anni…

Grazie alle trasmissioni sportive della Rai. Una volta ero a tavola con Brera, si avvicina un ragazzo e chiede solo a me l’autografo. Quasi mi scuso con Gianni, ero imbarazzato. E lui: “Non è colpa tua, ma del mondo in cui viviamo”.

E oggi?

Quando mi intervistano per radio quasi sempre mi definiscono “inimitabile”, a me viene da ridere: “Ma se sono uno dei più imitati!”

L’hanno data per morto…

In un paio di occasioni. L’ultima è del 2009, me ne sono accorto perché improvvisamente il mio cellulare è impazzito, squillava in continuazione e ogni volta mi dicevano: “Ma allora sei vivo!”. Così l’ho staccato, dovevo finire la partita a carte, solo che mi sono dimenticato di avvertire mia moglie; quando sono tornato a casa era disperata.

L’aveva dato per morto?

No, era tranquilla, ma non ne poteva più di rispondere al telefono. Lei è molto pragmatica.

Dopo tanti anni lei è tornato a vivere dalle sue parti…

Sì, e mi devo ancora abituare ai ritmi di questa terra, alle mangiate, alle bicchierate in compagnia: è come vivere tutti i giorni con le “cantine aperte”. Mi piace. Sto bene. E poi mi capita di rivedere i miei amici nati da queste parti: Capello, Reja, Delneri e Zoff. Splendide persone, con le quali ho costruito un percorso di vita. Quando ancora era permesso…


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