La notizia è che Mark Zuckerberg, inventore e padrone di Facebook, ha fornito agli inquirenti del Russiagate ulteriori prove delle interferenze russe nelle elezioni presidenziali americane: investitori russi hanno pagato pubblicità elettorali pro-Trump e anti-Clinton. E questo solleva il solito problema: Trump ha vinto per un complotto russo?

La giornalista americana Sue Halpern su The New York Review nell’articolo How he used Facebook to win ha fornito una spiegazione più semplice: Trump, o meglio i suoi informatici di fiducia, hanno perfezionato i sistemi di propaganda elettronica che avevano già avuto un ruolo nell’elezione di Obama. Servendosi di tre database che registravano le preferenze degli elettori in base ai like dati da ognuno su Fb, hanno lanciato sui media una campagna calibrata per tipo di elettore. Avete paura dell’immigrazione? Vi mandano statistiche allarmanti sui reati compiuti da immigrati. Odiate l’establishment? Vi si spedisce l’elenco delle banche che hanno finanziato la Clinton. E così via.

Lo stesso, naturalmente, facevano anche gli informatici di Hillary, ma peggio, perché la Clinton ha preso due milioni di voti in più, però dispersi negli Stati sbagliati. Halpern, così, può concludere che Trump è stato “il nostro primo Presidente eletto da Facebook“. Alla faccia di Zuckerberg e degli altri miliardari fricchettoni della Silicon Valley che lo odiano quanto lui odia loro, salvo accettare soldi russi per la sua campagna elettorale. Il punto è però un altro: la mossa vincente della campagna elettorale statunitense è stata capire che per diventare Presidente degli Usa non è necessario piacere a tutti e sempre: cosa che, nel caso di Trump, è proprio impossibile. In realtà, basta piacere alle persone giuste il giorno delle elezioni. Già Rousseau diceva che gli elettori sono liberi solo quel giorno. Bene, oggi si è capito che non lo sono neppure allora.

Questi sono i fatti, poi ognuno può ricavarne la morale che vuole. La morale che ne ha ricavato Gloria Origgi, a un convegno sull’epoca di Trump che aveva il solo difetto di non svolgersi a New York, è stata questa: la gente, quando mette un like su Facebook, crede di essere libera, invece alimenta un sistema che poi finisce per decidere al suo posto. La morale che ne ricavo io è solo un poco più radicale e riguarda la democrazia ai tempi di internet. Una volta, in democrazia, vinceva chi era scelto dagli elettori. Oggi non più. Oggi vince chi paga gli informatici migliori.