Questa volta ha prevalso la moderazione. Dopo il lancio del missile nordcoreano, che ha sorvolato il Giappone per inabissarsi al largo dell’isola di Hokkaido, la reazione dell’amministrazione Trump è stata, appunto, contenuta. “Il regime nordcoreano ha mostrato il suo disprezzo per i vicini, per i membri delle Nazioni Unite e per gli standard minimi di un comportamento internazionale accettabile – ha detto il presidente – Le azioni minacciose e destabilizzanti aumentano l’isolamento del regime della Corea del Nord nella regione e tra le nazioni del mondo. Tutte le opzioni sono sul tavolo”. A parte quest’ultimo riferimento, “tutte le azioni sono sul tavolo”, mancano nelle parole di Trump gli accenti guerrieri delle settimane scorse, quando il presidente prometteva “fuoco e fiamme” nel caso Pyongyang avesse continuato nelle sue provocazioni. L’intero quadro delle reazioni americane al missile nordcoreano è stato comunque improntato alla prudenza e al ricorso alla concertazione internazionale. “Il presidente Trump e il primo ministro Abe sono impegnati a convincere la comunità internazionale “ad aumentare la pressione internazionale sulla Corea del Nord”, ha annunciato la Casa Bianca in un comunicato. Nikki Haley, ambasciatrice americana all’ONU, ha spiegato che “qualcosa deve succedere”, ma non ha dato dettagli. Stesso atteggiamento attendistico è venuto dal segretario di stato Rex Tillerson, che ha promesso novità, ma “più tardi”.

Che succede? Come si spiega il cambiamento improvviso di tono? Si spiega, probabilmente, in diversi modi. Anzitutto, con la volontà di non distruggere quei minimi progressi nelle relazioni con la Corea del Nord che gli ultimi giorni avevano portato. Al rally di Phoenix, la settimana scorsa, Trump aveva annunciato, orgogliosamente: “Kim inizia a rispettarci”, aggiungendo che, “forse, probabilmente no, ma forse, qualcosa di positivo può succedere”. E il segretario di stato Tillerson aveva dato atto al governo di Kim di dimostrare “un certo livello di moderazione che non abbiamo visto in precedenza”, non conducendo test missilistici per circa un mese. Tillerson aveva anche mandato messaggi più che benigni a Pyongyang. “Gli Stati Uniti sono aperti a negoziati di pace con la Corea del Nord e non sono interessati a un cambiamento di regime”, aveva spiegato il segretario di stato.

In altre parole, il lancio missilistico sul Giappone avviene nel momento in cui le cose, apparentemente, stavano andando meglio. I toni pacati della reazione di Trump e della sua amministrazione possono quindi essere interpretati come un modo per non gettare a mare quanto realizzato nelle ultime settimane. A Washington sanno anche un’altra cosa. Il lancio del missile, per quanto gravissimo e parte di un’escalation indubbia del regime di Pyongyang, avviene nel momento in cui Stati Uniti e Corea del Sud sono nel mezzo delle annuali manovre militari – e mentre Stati Uniti e Giappone sono impegnati in esercitazioni di difesa missilistica. L’azione di Kim può quindi rientrare nel quadro della tradizionale politica di risposta e provocazione che il regime nordcoreano persegue da anni. Meglio, è il ragionamento di Washington, non esacerbare le cose e puntare piuttosto sulla concertazione internazionale e sulla diplomazia.

C’è poi un secondo elemento che può spiegare la reazione di Washington al lancio del missile nordcoreano; e in generale la presente e probabilmente futura politica americana verso Pyongyang. Alla Casa Bianca è infatti arrivato il nuovo chief of staff, John Kelly, che si è posto come obiettivo un miglior coordinamento tra le varie parti dell’amministrazione – e un contenimento degli umori del presidente. Sinora, Trump ha affidato soprattutto a Twitter, il suo strumento di comunicazione prediletto, le uscite sulla Corea del Nord. Le esternazioni sono state essenzialmente di due tipi: da un lato le minacce contro Pyongyang per le sue azioni; dall’altro l’insoddisfazione per come la Cina gestisce i rapporti con la Corea e manca di esercitare vere pressioni sul regime. Anche i riferimenti di Trump a Kim Jong Un hanno avuto, nei mesi, diverse alterazioni. Kim è stato definito dal presidente americano “un pazzo pericoloso”, ma anche uno “smart cookie”, un tipo sveglio, che lui alla fine sarebbe onorato di conoscere.

Di fronte all’approfondirsi della crisi, per John Kelly, ma in generale anche per il Dipartimento di stato e per il Pentagono (che con l’arrivo di diversi generali in posti chiave ha assunto un ruolo strategicamente più importante rispetto agli anni di Obama) è diventato essenziale rafforzare il messaggio, fissare degli obiettivi chiari, definire un linguaggio diverso. Tenendo presente che non sono soltanto gli zig zag e le intemperanze verbali di Trump a preoccupare. Posizioni chiave all’interno di questa amministrazione restano vacanti. Trump non ha nominato un assistente al segretario di stato per l’Asia orientale e il Pacifico; non c’è un assistente alla difesa per l’Asia; non c’è ancora un ambasciatore statunitense in Corea del sud. Non esiste un responsabile al Dipartimento di Stato per la non-proliferazione e il controllo degli armamenti; non esiste un ruolo per quanto riguarda l’implementazione delle sanzioni decise dall’ONU. Tutto questo ha, ovviamente, portato alla mancanza di coordinamento tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato e Pentagono, rallentando anche il coordinamento diplomatico con gli alleati e offuscando il messaggio.

Non è passato per esempio inosservato il fatto che, nel messaggio di condanna del presidente dopo il lancio del missile, manchi qualsiasi riferimento alla protezione che gli Stati Uniti intendono offrire agli alleati. Per questo, e da questo, dipende quindi il tono nuovo, severo ma non aggressivo e disordinato, con cui l’amministrazione ha reagito alla provocazione nordcoreana. In questo quadro va anche visto l’op-ed che il segretario alla difesa Jim Mattis e Rex Tillerson (non a caso, Pentagono e diplomazia USA) hanno scritto a quattro mani per il Wall Street Journal. Mattis e Tillerson parlano di una “strategia multilaterale” che includa le sanzioni delle Nazioni Unite nei confronti di Pyongyang, le pressioni economiche di Pechino e Mosca, la disponibilità a negoziare con il regime nordcoreano e, infine, una serie di progressive opzioni militari.

Sulla Corea del nord, gli Stati Uniti cercano quindi di fissare una strategia che finora è mancata (e che, va detto, assomiglia molto a quella messa in atto durante gli anni di Barack Obama e di John Kelly). Anche perché c’è da venire in qualche modo incontro allo stato di crescente preoccupazione di un’opinione pubblica, quella americana, confusa dalle minacce e dalle provocazioni di Kim Jong Un. Lo stato di stress e di progressivo disorientamento è per esempio palpabile a Guam, la piccola isola del Pacifico che Kim ha detto essere un prossimo obiettivo. Guam è sede di un’importante base aerea americana, di bombardieri nucleari e di circa seimila soldati USA (cui si aggiungono circa 165mila civili). La minaccia nordcoreana ha sollevato paura e nervosismo tra la popolazione, oltre che il crollo del turismo nell’isola. E’ stato calcolato che un missile nordcoreano impiegherebbe tra i tredici e i quattordici minuti a raggiungere l’isola. “Quindi, non avremo molto tempo per rispondere”, ha detto il governatore Eddie Baza Calvo, che si trova di fronte a un compito sinora inimmaginabile: organizzare le procedure di evacuazione della popolazione, nel caso di un attacco.