Ve lo ricordate il Tamagotchi? Quel pulcino elettronico che si spegneva se non gli facevi le coccole.

A volte guardando Luigi Di Maio viene da pensare che il leader M5S abbia un rapporto simile con il consenso: se non gli vogliono tutti bene rischia di spegnersi.

È l’impressione che suscita la sua ultima uscita sull’abusivismo edilizio: “Se un giudice dice che un immobile va abbattuto, si fa. Ma non possiamo voltare le spalle a chi ha una casa abusiva perché la politica non ha fatto il suo dovere”. Un colpo al cerchio (i giudici) e un colpo alla botte (gli abusivi).

Un’uscita che a qualcuno ha ricordato certe prese di posizione sciagurate del passato che così giustificavano la cementificazione dell’Italia: è colpa della politica, quindi non è colpa di nessuno.

Una frase che addirittura ha consentito al Pd – in molte regioni padrino della devastazione del nostro territorio – di ergersi a paladino della legalità (ma che cosa ci tocca sentire!).

Ma il punto non è nemmeno l’abusivismo. Questa frase rivela molto del politico Di Maio: il bisogno di non scegliere. Soprattutto di non scontrarsi con nessuno. Individuando un capro espiatorio facile facile: i politici, come se Di Maio fosse un astronauta.

Ricorda tanto la presa di posizione sull’immigrazione. Di Maio non voleva prendersela con i migranti, visto che tra l’altro tanti suoi elettori vengono dal centrosinistra. Ma nemmeno far arrabbiare i tanti leghisti che ormai votano per il Cinque Stelle. Quindi ha cercato la terza via, per dirla alla Tony Blair: le ong e le navi-taxi. Come se fossero davvero loro la causa dell’esodo biblico dall’Africa all’Europa.

Se si confrontano due posizioni opposte, Di Maio cerca di prendere la terza. Così ci possono stare dentro tutti.

Ma allora il punto non è neanche la posizione “giustificazionista” sull’abusivismo. E nemmeno l’obiettiva ingiustizia che pone le ong – che pure avranno commesso errori, ma hanno salvato centinaia di migliaia di vite – come principali responsabili dell’arrivo di milioni di disperati.

Il punto è un altro: il terrore di Di Maio – e forse anche di parte del M5S – dell’impopolarità. Insomma, la febbre da consenso, che deve essere riconfermato ogni anno con consultazioni online, che cerca il bagno di folla della piazza, l’applauso come in uno spettacolo teatrale.

Vero, abbiamo vissuto per anni guidati da una classe politica delegittimata: quattro governi consecutivi non eletti. Addirittura rappresentanti di una maggioranza – l’orrida coalizione centrosinistra-centrodestra – che è l’esatto contrario di quello che hanno chiesto gli elettori nel 2012.

Ma Di Maio pare cadere nell’errore opposto: ha ragione chi ha consenso.

Ragionando per estremi, e senza assolutamente voler dare del fascista a Di Maio: allora Benito Mussolini aveva ragione quando tutti gli italiani lo sostenevano?

No, il buon politico deve ottenere la legittimazione dei cittadini al momento del voto. Ovvio. Ma dopo deve poter compiere anche scelte impopolari. Sennò non si potrebbero aumentare le tasse, inasprire le pene contro la corruzione in un Paese corrotto, combattere la mafia in regioni dove raccoglie il sostegno di larghe fasce della popolazione.

Anzi, in Italia ci sarebbe tanto bisogno di un politico capace finalmente di non lisciare il pelo a noi cittadini. Di puntare il dito anche contro di noi, ricordandoci le nostre tantissime responsabilità: corruzione, appunto, evasione fiscale, mafia.

Un politico capace di non piegare la testa di fronte ai poteri forti che poi attraverso televisioni e giornali amici manovrano il consenso.

Non sarà certo un politico che vuole piacere a tutti a tirarci fuori dal pantano. Non sarà certo una persona che dovendo prendere una posizione netta cerca di cavarsela puntando il dito contro “i politici”, “le ong”.

Ma soltanto un politico con le spalle larghe, con una storia e un curriculum che gli diano autorevolezza, può permettersi di essere impopolare senza tremare.

“Nel Movimento si sono superati gli schieramenti ideologici. Abbiamo messo insieme persone sulla base di valori anche opposti”, conclude l’intervista a Repubblica di Di Maio.

Ecco il manifesto del candidato premier.

No, caro Di Maio: forse le ideologie sono passate, ma gli ideali e i valori sono tutta un’altra cosa. Questa è la politica: decidere da che parte stare. Non seguendo una bandiera, ma un’idea della vita e di se stessi.

Se stai con tutti, magari all’inizio avrai consenso, ma alla fine non sarai nessuno.