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E chi avrebbe mai immaginato che Tbilisi fosse così bella?

Ma bella davvero.

Della Georgia, conosciamo solo “le badanti georgiane”. E anch’io, d’altra parte, sono venuta qui abbastanza per caso: solo perché ero di là dal confine, in Turchia, e avevo bisogno di fermarmi un paio di giorni a scrivere prima di spostarmi a Raqqa. E invece Tbilisi è meravigliosa. Non è solo la città in sé. Che è da fiaba, è incastonata su per la roccia, e ha queste casette in legno tutte colorate, con le verande, le finestre intarsiate, le strade di ciottoli, e delle terme sotterranee spettacolari: e anche fuori dalla città vecchia, con questi edifici di un’eleganza – ma non è questo: è la gentilezza. Che non è una notizia, sì, non è una cosa di cui scrivere su un giornale: ma quando è come qui, ti cambia la vita. Letteralmente.

Per gentilezza non intendo l’ospitalità. No, intendo proprio la gentilezza: quella cortesia, quella grazia nei modi, quel tatto, che viene dall’educazione di una volta. Anche la Lonely Planet dice che è quello che colpisce di più, qui. Ma appunto, pensavo all’ospitalità. E invece a Tbilisi sembra di stare in mezzo a tanti William e Kate d’Inghilterra. Piccole cose. Ma chiedi un’indicazione, per dire, e tutti ti aiutano, ti offrono delle pesche, una limonata ghiacciata, ti inseguono per tutto un isolato perché hai lasciato un centesimo in più di resto. Persino i tassisti: che in genere, da queste parti, sono l’incubo di noi giornalisti, perché sono tutti senza tassametro, e senza navigatore, e si perdono, puntualmente, o fingono di perdersi, e dopo avere vagato per due ore ti depositano alla periferia dell’Uganda e ti chiedono 500 dollari. Qui invece il tipo era senza tassametro e senza navigatore, e si è perso, sì, e ha vagato per due ore: ma poi, mortificato, ha parcheggiato nella piazza principale, e mi ha offerto un caffè con mille scuse, e non ha voluto un centesimo, neppure per il tratto dall’aeroporto in centro, e ha cercato un tassista che invece conoscesse la strada: e l’ha pagato per me. Anche qui avranno i loro cazzi per la testa, i loro problemi: ma hanno imparato a non rovesciarli sugli altri.

A non prendersela con il primo che capita.

E dopo un giorno, quando capisci che il tassista non era un’eccezione, non so – abbassi le difese. E all’improvviso, ti senti così tranquillo. Perché non hai più bisogno di guardarti costantemente le spalle. Non ti senti più in mezzo alla giungla. Ed è strano: perché non sapevi di sentirti in mezzo alla giungla. Ti eri così assuefatto, da non notarla più.

Sono qui che scrivo in un caffè magnifico, adesso, il caffè Linville: e intanto leggo i commenti al mio ultimo post, il post su Codigoro. Sui profughi. Più che i commenti: le invettive. Tipo: “Italia e Europa aiutano la Turchia con 6 miliardi l’anno. Informati imbecille”, e sono qui che gli giro un po’ di dati, un po’ di cifre, perché intanto non sono 6 miliardi l’anno, ma 6 miliardi in tutto, ma in realtà, la Turchia in larga parte mantiene i siriani di tasca sua: e non in tendopoli, o per strada, o nei casolari di Rignano Garganico – ma è una valanga. Tutte cose come: “Ma che cazzo dici!”, “Non sei mai stata a Kilis, bugiarda, un’occidentale da sola in mezzo ai musulmani? Ti avrebbero stuprato”, “Ti piace? E allora resta lì”, “Tieniteli a casa tua”, “Tornatene ad Aleppo, e speriamo che le prossime bombe siano più precise”, “Ma quali profughi? I pakistani qui c’hanno il telefonino!”, “E poi se è vero che c’è la guerra, allora difendano il proprio paese! Vigliacchi!”, “Ma come ti permetti di paragonarci alla Turchia! Ma studiati la storia”, “Risparmiami la lezioncina! Vedi se vai a fartela fare da uno di questi negroni”.

Tutto così.

E penso alle nostre badanti georgiane. A come deve essere stato difficile per loro lasciare un paese così bello. E lasciarlo per l’Italia, poi. Per un paese di nevrotici.