Un pastore più che un profeta. Si può forse sintetizzare così la scelta di Papa Francesco di affidare la guida dell’arcidiocesi di Milano, la chiesa particolare più grande d’Europa, a monsignor Mario Enrico Delpini. Una scelta interna quella che ha portato il vicario generale del cardinale Angelo Scola sulla cattedra dei santi Ambrogio e Carlo. Una cattedra che, in tempi recenti, è stata quella di Dionigi Tettamanzi, Carlo Maria Martini, Giovanni Colombo, Giovanni Battista Montini divenuto poi Paolo VI e oggi beato come il suo diretto predecessore, Alfredo Ildefonso Schuster. A Milano sia Scola, nel 2011 da patriarca di Venezia, che Dionigi Tettamanzi, nel 2002 da arcivescovo di Genova, sono arrivati con la porpora. Da semplici preti vi arrivarono, invece, il monaco benedettino Schuster, nel 1929, il pro Segretario di Stato per gli affari ordinari Montini, nel 1954, e il gesuita Martini, alle fine del 1979.

Colombo, proprio come avviene oggi con la nomina di Delpini, da vescovo ausiliare di Milano divenne arcivescovo del capoluogo ambrosiano subito dopo l’elezione di Montini al pontificato. Diverso, però, è il motivo della successione a Scola che avviene per il pensionamento del porporato vicinissimo a Comunione e liberazione, il movimento fondato da don Luigi Giussani, dopo appena sei anni di episcopato ambrosiano. Una nomina fortemente voluta all’epoca da Benedetto XVI che del porporato è amico da oltre quarant’anni. Fu Ratzinger a far entrare Scola nel conclave del 2013 che si svolse dopo le sue improvvise dimissioni con il peso delle due più importanti sedi cardinalizie italiane che nel Novecento hanno dato alla Chiesa ben cinque Pontefici: Venezia e Milano.

Pur avendone la possibilità nell’ultimo concistoro del suo pontificato, infatti, il Papa tedesco non volle dare la berretta rossa al successore di Scola sulla laguna, monsignor Francesco Moraglia. Una mossa che ha reso il patriarca di Venezia divenuto arcivescovo di Milano protagonista di una candidatura talmente forte che in conclave gli si è ritorta paradossalmente contro facendo confluire i voti dei cardinali sul più anziano arcivescovo gesuita di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio. A confermare, se ce ne fosse stato bisogno, la forte campagna mediatica in favore del porporato ambrosiano che era stata messa in atto dai vertici della Conferenza Episcopale Italiana fu il telegramma di auguri a “Papa Scola” inviato, a fumata bianca appena avvenuta, dall’allora segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata. Una gaffe che Francesco non ha mai perdonato rimuovendo rapidamente il presule e affidandogli la guida della diocesi di Latina.

L’arrivo di Scola nella terrà di Roberto Formigoni, tra i massimi esponenti politici legati a Cl insieme a Maurizio Lupi e Mario Mauro, non è riuscito a influire in modo positivo sulle vicende giudiziarie che hanno travolto l’ex governatore della Lombardia condannato dai magistrati per corruzione. Nel conclave del 2013, con un Parlamento appena uscito dalle urne decisamente instabile, l’elezione di un Papa italiano avrebbe probabilmente visto il ritorno dell’interventismo della Chiesa cattolica nelle vicende politiche e nella formazione dei governi. Un periodo di cui erano stati a lungo protagonisti Paolo VI e la Democrazia Cristiana, ma che negli anni recenti aveva visto in prima linea anche l’allora presidente della Cei e cardinale vicario di Roma Camillo Ruini con le sue chiarissime direttive soprattutto in occasione dei referendum abrogativi della legge 40 sulla fecondazione medicalmente assistita e la ricerca scientifica sulle cellule staminali.

A Delpini il Papa non chiede nulla di tutto ciò, bensì di essere vicino ai suoi preti. Il nuovo arcivescovo di Milano, che vive insieme alla Comunità dei Fratelli Oblati diocesani presso la loro casa madre in via Settala e ama girare con la bicicletta, è stato in questi anni anche vicario episcopale per il clero. Lo stesso incarico che nella Capitale ricopriva monsignor Angelo De Donatis, anche lui come Delpini vescovo ausiliare prima di essere nominato da Francesco suo vicario per la diocesi di Roma. Richiesta analoga, anche se su un livello superiore, a quella fatta al presidente della Cei, il cardinale di Perugia-Città della Pieve Gualtiero Bassetti. Bergoglio, infatti, ha chiesto di rimediare alle lamentele dei presuli italiani che sostengono di essere sempre stati poco ascoltati dai loro vertici.

Anche a Milano Francesco vuole una Chiesa più vicina alla gente che rinunci a battaglie ideologiche abbandonando la contesa politica. Più che cercare un “nuovo Martini”, il Papa ha preferito un uomo nato e cresciuto in terra ambrosiana. Del resto è molto difficile, per non dire impossibile, che Delpini possa essere una figura interlocutoria del Papa come lo fu Martini con Wojtyla anche se spesso i due furono erroneamente contrapposti mentre la fedeltà del porporato ambrosiano al vescovo di Roma non fu mai messa minimamente in discussione. Del resto il gesuita aveva fatto, come previsto, il quarto voto, quello di obbedienza al Papa. Disobbedire a Giovanni Paolo II sarebbe stato tradire la sua stessa vocazione religiosa. Ciò non gli vietò di parlare ad alta voce e di chiedere perfino, alla vigilia del 2000, l’indizione di un Concilio Ecumenico Vaticano III che affrontasse temi roventi come il ruolo della donna nella Chiesa e nella società, il magistero sulla sessualità e il matrimonio. Una voce profetica rimasta inascoltata fino all’arrivo di Francesco sulla cattedra di Pietro.

Da Delpini non ci si aspettano certo queste sollecitazioni. Nato a Gallarate, in provincia di Varese, il 29 luglio 1951, viene ordinato presbitero dal cardinale Colombo nel 1975 e successivamente inizia a insegnare nel seminario minore di Milano. È in questi anni che consegue prima la laurea in lettere presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore con una tesi su “La didattica del latino come introduzione alla esegesi dei classici”, e poi la licenza in teologia presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale con una tesi su “La nozione di teologia di Giovanni Pico della Mirandola”. Successivamente presso l’Istituto Patristico Augustinianum di Roma ottiene il diploma in Scienze teologiche e patristiche e si dedica all’insegnamento della lingua greca e della patrologia. Rettore del seminario minore prima e di quello maggiore poi, nel 2006 diventa vicario episcopale di Melegnano.

L’anno successivo Benedetto XVI lo nomina vescovo ausiliare di Milano e riceve l’ordinazione dal cardinale Tettamanzi. Nel 2012, un anno dopo il suo arrivo nel capoluogo ambrosiano, Scola lo sceglie come vicario generale. Dopo appena cinque anni gli succede nel delicato compito di guidare l’arcidiocesi più grande del mondo, ma soprattutto di contribuire in modo determinante a sincronizzare anche l’orologio della Chiesa di Milano sulla marcia indicata da Francesco. Una missione decisamente non facile che Bergoglio ha affidato non a caso a “pastori con l’odore delle pecore”, lasciando anche questa volta l’amaro in bocca a tanti che aspiravano alla cattedra ambrosiana.

Twitter: @FrancescoGrana