Parte da lontano l’inchiesta che ha inguaiato il Celeste e per cui i giudici hanno depositato le motivazioni della condanna a sei anni per corruzione. È il 18 luglio del 2011 quando negli uffici della procura di Milano deflagra la notizia del suicidio di Mario Cal, già braccio destro di don Luigi Verzè e ormai ex vicepresidente della Fondazione San Raffaele. Sono i giorni drammatici della crisi che sfocerà nella bancarotta dell’istituto e il top manager sceglie un colpo di pistola alla tempia per togliersi la vita nell’ufficio di via Olgettina. Poco meno di un mese prima don Verzè aveva chiesto a tutto il cda, compreso Cal, di fare un passo indietro per tentare di salvare il San Raffaele grazie all’ingresso del Vaticano tramite lo Ior.

Il manager, dopo quel consiglio di amministrazione, aveva ordinato ai suoi collaboratori di raccogliere una serie di documenti utili per la sua difesa e per ricostruire una serie di eventi. Il 3 luglio Cal viene sentito nella sole veste di testimone dal pm di Milano Luigi Orsi che indaga sul buco da 900 milioni di euro. Un’audizione come altre e quando l’uomo si uccide l’inchiesta sul buco viene affiancata a un’altra per istigazione al suicidio.

Sei giorni dopo la morte di Cal negli uffici dell’altro pm titolare dell’inchiesta, Laura Pedio, si presenta un avvocato che deposita un verbale di indagini difensive, consegna un pc e scatoloni di documenti per conto del capo della sicurezza del San Raffaele, autista storico di Don Verzè. In quei documenti, tra cui il back up del computer di Cal, la prima traccia che porterà al flusso di denaro poi utilizzato anche per pagare la bella vita del presidente della Lombardia. È in questo preciso momento che nasce l’inchiesta che ha portato alla condanna di Roberto Formigoni a 6 anni in primo grado: per i giudici l’ex governatore è stato corrotto con almeno 6 milioni di euro.

Tra i documenti consegnati c’è anche la compravendita di un aereo (la cosiddetta operazione Assion) e una serie di consulenze pagate dal San Raffaele a società estere (tra cui, in particolare, quelle alla società Harmann e alla società Mtb) riconducibili a Pierangelo Daccò, imprenditore operante nel settore sanitario, che da alcuni anni cura in Regione gli interessi della Fondazione di don Verzè senza avere incarico formale. Daccò è un personaggio misterioso, non presenta la dichiarazioni dei redditi in ltalia e risulta residente a Londra, a un indirizzo ove risultava essere stato residente anche Antonio Simone, ex assessore alla Sanità di Regione Lombardia fino agli anni Novanta e, successivamente, imprenditore nel settore immobiliare e sanitario, molto vicino a Formigoni per la comune appartenenza politica e religiosa (entrambi esponenti del movimento di Comunione e Liberazione e del partito della Democrazia Cristiana).

Daccò sembra essere al centro di una intricatissima e impenetrabile galassia di società estere a lui riferibili. Studiando centinaia di pagine gli inquirenti accertano come dal 2002 al 2011 9 milioni di euro sono partiti dal San Raffaele verso i conti del faccendiere. Un tesoro che sarebbe stato originato da sovrafatturazioni imposte da Cal ai fornitori che poi avrebbero retrocesso in contanti che poi Cal faceva arrivare a Daccò perché corrompesse, all’epoca era solo un’ipotesi, i vertici di Regione per avere provvedimenti favorevoli alla fondazione. Il meccanismo delle sovrafatturazioni erano poi stato sostituto con consulenze 0 operazioni fittizie.

La svolta nelle indagini arriva però a dicembre del 2011 quando ai pm si presenta Giancarlo Grenci, direttore di Norconsulting SA, con sede a Lugano. Grenci prima dipendente e poi socio tratteggia mostra a chi indaga come orientarsi in quell’universo di società e triangolazioni in varie parti del mondo. Un racconto arricchito alla documentazione contabile e finanziaria della galassia societaria dei suoi clienti. NC ha due conti chiamati “rubrica” 0 “calderone” a Madeira (Portogallo) e tutti i flussi finanziari dei clienti della fiduciaria (tra cui Daccò e Simone) finiscono lì per poi prendere altre destinazioni. Seguendo quelle tracce si trova il fiume di denaro che dal San Raffaele e dalla Fondazione Salvatore Maugeri finisce alle società riconducibili ai due uomini che poi sono stati condannati insieme a Formigoni.