Carlo Maria Martini lo aveva sognato. E al terzo scrutinio, il penultimo del conclave del 2005, quel sogno sembrava proprio che stesse diventando realtà. Un Papa gesuita come lui, un vescovo di Roma proveniente dall’America latina dove pulsano ormai la maggioranza dei cuori del cattolicesimo mondiale, un Pontefice di nome Jorge Mario Bergoglio. Quando al terzo scrutinio l’arcivescovo di Buenos Aires prende 40 voti, ovvero più di un terzo degli elettori, bloccando così l’elezione di Ratzinger che si ferma a quota 72, soltanto cinque suffragi in meno della fatidica soglia necessaria per la fumata bianca, il sogno di Martini sembra davvero a un passo. Lo stesso porporato biblista, ormai ritiratosi a Gerusalemme dopo la fine del suo lunghissimo episcopato ambrosiano, pregusta l’elezione di Bergoglio e a pranzo, nel refettorio di Casa Santa Marta, confida al confratello che gli è seduto accanto: “Domani grandi novità”. Ma il boccone amaro per Martini arriva poche ore dopo quel pasto frugale. Si torna nella Cappella Sistina e il nome di Ratzinger risuona 84 volte sotto le volte affrescate da Michelangelo. Fumata bianca: Benedetto XVI.

Per Martini gli ultimi anni di vita trascorrono a Gallarate, nella casa dei gesuiti, a combattere contro il morbo di Parkinson con l’aiuto del suo fedelissimo don Damiano Modena. Tre mesi prima di morire l’ultimo incontro con Ratzinger a Milano, nell’episcopio che per 22 anni era stato la sua casa. Ma il testamento di Martini, che muore il 31 agosto 2012, non fa nessuno sconto al Papa tedesco: “La Chiesa è indietro di duecento anni”. Parole durissime alle quali il cardinale Camillo Ruini ribatte subito sereno: “Non ho mai polemizzato con Martini in vita e non lo farò ora che è morto”. Pochi mesi dopo la morte del porporato biblista lo tsunami delle dimissioni choc di Benedetto XVI e dell’elezione di Francesco. Il sogno di Martini finalmente si avvera. Negli oltre due decenni del suo episcopato ambrosiano era stato spesso visto in contrapposizione a Giovanni Paolo II. Nulla di più falso. Martini era fedelissimo al Papa polacco pur esprimendo liberamente e ad alta voce le sue idee sul governo della Chiesa. La più rivoluzionaria arriva inaspettata alla fine del 1999, alla vigilia dell’apertura del grande giubileo del 2000 che avrebbe segnato il coronamento dei 27 anni di pontificato di Karol Wojtyla. Martini la pronuncia in modo sommesso ma le sue parole hanno subito un effetto deflagrante: l’indizione di un Concilio ecumenico Vaticano III.

È il pomeriggio del 7 ottobre 1999 e da una settimana in Vaticano si tiene il Sinodo dei vescovi sul tema “Gesù Cristo, vivente nella sua Chiesa, sorgente di speranza per l’Europa”. Martini prende la parola: “Un sogno è che il ritorno festoso dei discepoli di Emmaus a Gerusalemme per incontrare gli apostoli divenga stimolo per ripetere ogni tanto, nel corso del secolo che si apre, un’esperienza di confronto universale tra i vescovi che valga a sciogliere qualcuno di quei nodi disciplinari e dottrinali che forse sono stati evocati poco in questi giorni, ma che riappaiono periodicamente come punti caldi sul cammino delle Chiese europee e non solo europee. Penso in generale – prosegue Martini – agli approfondimenti e agli sviluppi dell’ecclesiologia di comunione del Vaticano II. Penso alla carenza in qualche luogo già drammatica di ministri ordinati e alla crescente difficoltà per un vescovo di provvedere alla cura d’anime nel suo territorio con sufficiente numero di ministri del vangelo e dell’Eucarestia. Penso ad alcuni temi riguardanti la posizione della donna nella società e nella Chiesa, la partecipazione dei laici ad alcune responsabilità ministeriali, la sessualità, la disciplina del matrimonio, la prassi penitenziale, i rapporti con le Chiese sorelle dell’ortodossia e più in generale il bisogno di ravvivare la speranza ecumenica, penso al rapporto tra democrazia e valori e tra leggi civili e legge morale”.

Nel suo internato Martini ricorda che non pochi di questi temi sono già emersi in sinodi precedenti ed è importante trovare luoghi e strumenti adatti per un loro attento esame. “Non sono certamente strumenti validi per questo – spiega il porporato – né le indagini sociologiche né le raccolte di firme. Né i gruppi di pressione. Ma forse neppure un sinodo potrebbe essere sufficiente. Alcuni di questi nodi necessitano probabilmente di uno strumento collegiale più universale e autorevole, dove essi possano essere affrontati con libertà, nel pieno esercizio della collegialità episcopale, in ascolto dello Spirito e guardando al bene comune della Chiesa e dell’umanità intera. Siamo cioè indotti a interrogarci se, quarant’anni dopo l’indizione del Vaticano II, non stia a poco a poco maturando, per il prossimo decennio, la coscienza dell’utilità e quasi della necessità di un confronto collegiale e autorevole tra tutti i vescovi su alcuni dei temi nodali emersi in questo quarantennio. V’è in più la sensazione di quanto sarebbe bello e utile per i vescovi di oggi e di domani, in una Chiesa ormai sempre più diversificata nei suoi linguaggi, ripetere quell’esperienza di comunione, di collegialità e di Spirito Santo che i loro predecessori hanno compiuto nel Vaticano II e che ormai non è più memoria viva se non per pochi testimoni”.

È noto che nel decennio a seguire quel sogno di Martini di un nuovo concilio non si è realizzato. Ciò che stupisce oggi è che i temi indicati dal porporato sono esattamente gli stessi dell’agenda di Papa Francesco. In particolare i ruoli dei laici e delle donne nella Chiesa, la dottrina sulla sessualità e il matrimonio, dai divorziati risposati alle unioni di fatto. E sorprende ancora di più che il metodo utilizzato da Bergoglio per affrontare questi problemi e rivedere le posizioni della Chiesa cattolica sia proprio quello della collegialità indicato da Martini. Non un Vaticano III ma un sinodo dei vescovi a tappe con una prima sessione che si terrà dal 5 al 19 ottobre prossimi a Roma e che dovrà focalizzare i problemi della famiglia, e una seconda sessione che si terrà nell’ottobre del 2015 per trovare le soluzioni concrete. Ma ancora prima il Papa ha voluto ascoltare le voci dei singoli fedeli, e non solo, di tutto il mondo con un questionario su questi temi scottanti le cui risposte sono servite come base del documento preparatorio del prossimo sinodo. Un metodo che ricorda molto lo stile di Martini che a Milano istituì la “cattedra dei non credenti” mettendosi in ascolto con enorme rispetto di tutte le posizioni. Uno stile di vita prima ancora che di governo condensato nel suo motto episcopale: “Pro veritate adversa diligere”. Per la verità scegliere anche le situazioni sfavorevoli. Uno stile che rivive oggi in Papa Francesco.

Twitter: @FrancescoGrana