Un Papa ciellino? E’ l’aria che si respira nelle sere romane di fine inverno, quando calato il buio sull’ufficialità degli scarni comunicati vaticani, è il tintinnio delle sacre forchette cardinalizie a dettare il ritmo del conclave che verrà. Non è, infatti, ciò che si dice durante le solenni congregazioni cardinalizie per tracciare un identikit del futuro Papa a consolidare voti e alleanze tra porporati spesso sconosciuti e a volte legati da sacri vincoli di amicizia fin dai tempi degli studi in seminario.

Non a caso le congregazioni sono state subito ridotte a una sola al giorno. Tre ore al mattino bastano e avanzano, soprattutto secondo i porporati ultra ottantenni stremati dalla doppia seduta della prima giornata. “Sa perché nel 2005 fummo abbastanza veloci?”, confessa un cardinale al suo secondo conclave. “Perché la cucina di Santa Marta è a dir poco deludente”. Il Papa si decide a tavola. E prima che sia troppo tardi, ovvero che inizi la clausura tra la Cappella Sistina e Casa Santa Marta, l’albergo vaticano voluto da Giovanni Paolo II per ospitare i cardinali elettori durante il conclave. In quei giorni, infatti, ci sarà solo il tempo per pregare e per votare in attesa della fumata bianca. Il vero preconclave si svolge questa settimana nelle cene che freneticamente si ‘celebrano’ tutte le sere e a cui difficilmente anche il più restio dei porporati si può rifiutare per non turbare i rapporti con il grande elettore di turno. Gli inviti fioccano in modo impressionante, nonostante la gola sia un peccato capitale. E Dio solo sa il ruolo fondamentale che, come nel conclave del 2005, assumeranno i rigatoni alla norcina. E’ davanti a questo piatto, infatti, cucinato meravigliosamente in un noto ristorante di Borgo Pio, frequentato prima della sua elezione anche da Joseph Ratzinger, che spesso i cardinali elettori, la sera, dibattono su nomi e profili idonei a indossare l’abito bianco.

E’ la cordata italiana a prendere corpo in queste cenette tutt’altro che mistiche e proiettate verso le cose del cielo. Se nel conclave del 2005 il candidato europeo era un tedesco, persino curiale, risultato poi l’eletto, nel 2013 la testa di serie del vecchio continente è un italiano. Il suo nome è tutt’altro che misterioso: Angelo Scola, infatti, entra in conclave con il peso delle due diocesi cardinalizie italiane più importanti, Milano e Venezia, che nel Novecento hanno dato alla Chiesa ben cinque Pontefici. Per lui si stanno muovendo il decano del Collegio Cardinalizio Angelo Sodano e l’ex presidente della Conferenza Episcopale Italiana Camillo Ruini, due wojtyliani di ferro. Con loro è schierato lo storico segretario del Papa polacco, l’Arcivescovo di Cracovia Stanislaw Dziwisz, che al nuovo Papa chiederà una sola cosa: la rapida canonizzazione di Giovanni Paolo II.

Sfumato, ormai, il “santo subito”, il porporato polacco spera almeno di poter vedere la canonizzazione del ‘suo’ Papa entro il 2014. Non a caso è stato proprio Dziwisz l’autore del commento più caustico dopo l’annuncio choc di Benedetto XVI di rinunciare al pontificato: “Wojtyla non si dimise: dalla croce non si scende”. Più che Sodano e il camerlengo e odiatissimo Tarcisio Bertone, è Ruini il vero ‘kingmaker‘ del conclave del 2013. Il ‘politico’ don Camillo arriva ogni giorno alle congregazioni generali dei cardinali alla guida della sua Passat blu targata corpo diplomatico e Santa Sede. Ma le vere riunioni le tiene a casa sua, al Seminario Romano Minore, dove riceve a uno a uno tutti i porporati che gli vanno a chiedere consiglio. In prima fila c’è il suo figlioccio Giuseppe Betori, per diciassette anni segretario della Cei dell’era Ruini, e dal settembre 2008 Arcivescovo di Firenze. Ma don Camillo dispensa consigli a un ben più ampio uditorio cardinalizio, non solo tricolore, e persino al suo successore alla guida dei vescovi italiani Angelo Bagnasco.

Fu proprio Ruini, insieme ad alcuni porporati che avevano grande familiarità con Benedetto XVI, a tentare invano di convincere il Papa a rimuovere Bertone dal vertice della Segreteria di Stato perché ritenuto a dir poco inadeguato per quel ruolo. Il cardinale salesiano non ha mai mancato di ricambiare le attenzioni di Ruini sbarrando la strada della porpora ai vescovi della sua ‘corrente’: Cesare Nosiglia di Torino e Francesco Moraglia di Venezia.

In questi primi giorni di preconclave il ciellino Scola si muove da vero papabile inossidabile. Vive sapientemente nascosto dai media di tutto il mondo che logorerebbero la sua ascesa al pontificato consumandolo nello spettacolo arido del piccolo schermo. Non così si sta comportando il suo portavoce, don Davide Milani, calato a Roma per il conclave, che sta incarnando esattamente l’opposto di quello che sarebbe definito un low profile. Milani ostenta sicurezza, forse già si sente direttore della Sala Stampa vaticana in pectore, e si concede il lusso di fotografare il legittimo anche se inopportuno assalto di fotografi, operatori e giornalisti di tutto il mondo ai cardinali che entrano ed escono ogni giorno dalle congregazioni generali e di postare gli scatti realizzati con l’iPad sul suo profilo Facebook con un sottotitolo eloquente: “Il circo”.

La sua critica, tutt’altro che velata, agli operatori dei media mondiali non andrebbe ostentata con tanta ingenua sicurezza, considerando anche di chi egli è il portavoce. Italiano, nativo di Malgrate, 71 anni, cardinale dal 2003, Scola è figlio di un camionista e di una casalinga. Ha studiato teologia a Friburgo e ha collaborato alla nascita della rivista Communio fondata nel 1972 dai teologi Joseph Ratzinger, Hans Urs von Balthasar, Henri de Lubac, Jean-Luc Marion. Negli anni della sua formazione ha partecipato attivamente a Comunione e Liberazione, movimento fondato da don Luigi Giussani. Nel 1995 il Papa polacco lo nomina Rettore della Pontificia Università Lateranense e Preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia. Nel gennaio 2002 diventa Patriarca di Venezia e nel giugno 2011 Arcivescovo di Milano. In entrambe le diocesi ha ricevuto la visita pastorale di Benedetto XVI: a Venezia nel 2011 e a Milano l’anno dopo.

E in entrambe le occasioni la familiarità tra il Papa e il cardinale, amici da quarant’anni, è stata abbastanza evidente agli occhi delle indiscrete telecamere che riprendevano la visita. Ma un gesto molto più intimo ha rivelato il legame paterno filiale che esiste tra Ratzinger e Scola. Il 28 giugno 2011 il Papa nomina l’allora Patriarca di Venezia alla guida della diocesi più grande d’Europa. E’ la vigilia della solennità dei patroni della Chiesa universale, i santi Pietro e Paolo, e proprio l’indomani, come vuole la tradizione, il Papa consegnerà agli arcivescovi metropoliti nominati nell’anno il pallio, una speciale insegna liturgica di lana bianca che rappresenta la pecora che il pastore porta sulle sue spalle. Ma Scola, pur avendone diritto, non è nella lista ufficiale di chi riceverà il pallio dal Papa, perché la nomina è arrivata troppo tardi. Eppure avviene qualcosa più unica che rara. Al posto di attendere il 29 giugno dell’anno seguente, Scola viene chiamato in Vaticano il 22 settembre successivo per ricevere dalle mani di Benedetto XVI, in una cerimonia privatissima in una cappella del Palazzo Apostolico vaticano, il pallio. Una specie di solenne e al contempo intima investitura, così come avvenne con Paolo VI e Albino Luciani quando, a Venezia, Papa Montini pose la sua stola sulle spalle dell’allora patriarca che divenne tutto rosso per l’emozione. Il prossimo conclave dirà al mondo e alla storia se i due gesti hanno lo stesso valore. Certo è che Scola potrebbe raccogliere moltissimi voti nel campo europeo a iniziare da quello dell’Arcivescovo di Vienna ed ex alunno del professore Ratzinger Christoph Schönborn che potrebbe rivelarsi il vero grande elettore dell’Arcivescovo di Milano. Ma solo perché l’ottantaduenne Ruini non sarà nella Sistina.