Il Codice Antimafia è stato approvato dal Senato con 129 sì, 56 no e 30 astenuti. Ma con un destino che rischia già di essere segnato: la quasi impossibilità di essere approvato definitivamente prima della fine della legislatura. Se infatti, stando alle promesse, verranno poi fatte altre modifiche alla Camera – lo ha detto il presidente del Pd Matteo Orfini dopo le critiche del presidente dell’Anac Raffaele Cantone – è difficile pensare che Palazzo Madama avrà il tempo e il modo (vista la maggioranza basculante) di fare una quarta lettura. Il ministro della Giustizia Andrea Orlando ci crede: “Credo che ci siano le condizioni per portarla fino in fondo”. Quanto a eventuali modifiche, Orlando aggiunge che “ci sono opinioni diverse” e che “si verificherà se i rilievi sono fondati”. “In caso faremo ricognizione serena, se saranno necessarie modifiche – conclude – e dove introdurle”. La presidente della commissione Antimafia Rosy Bindi dice di essere “contenta che alcune tardive obiezioni siano state superate dalla volontà politica di non vanificare il lungo e approfondito lavoro fatto in questi tre anni. La riforma è attesa da troppo tempo, necessaria e nel complesso ben fatta”.

In realtà è stato un percorso molto complicato, pieno di errori (ieri è stato due volte lo stesso articolo) e pasticci (come la presunta tenuta economica della legge). Alla fine il testo è passato senza il sostegno di Alternativa Popolare, ma anche di parte dei senatori del Pd. Solo 7 senatori di Ap (ai quali era stata lasciata libertà di voto) hanno votato sì alla riforma del codice. E in 16 non hanno votato, mentre uno solo, Maurizio Sacconi, ha detto no al ddl. Numerose le assenze anche nel Pd: 12 non hanno votato. Tutto questo ricordando che questo Codice passato alla meno peggio al Senato era stato definito “strategico” dal capogruppo Pd al Senato Luigi Zanda. E le assenze nel gruppo Misto e nel M5s (11) e quelle ancora più vistose in Ala (7) e Forza Italia (9) hanno contribuito ad abbassare il quorum.

 

Gli astenuti sono i senatori dei Cinquestelle: “E’ l’ennesimo compromesso al ribasso” hanno detto in Aula. In precedenza avevano tentato l’ultimo colpo proponendo di togliere uno dei punti più contestati: la limitazione, appena introdotta, che prevede l’estensione delle misure cautelari ai corrotti solo nel caso in cui si ravvisi anche l’ipotesi di associazione a delinquere (articolo 416). Una mossa tentata attraverso un nuovo coordinamento formale del testo di riforma del Codice Antimafia. Ma la proposta è stata giudicata “inammissibile” per regolamento dal presidente Pietro Grasso.

A pesare su tutta la discussione è stata soprattutto l’opinione di Raffaele Cantone, presidente dell’autorità per l’anticorruzione, che nei giorni scorsi aveva sollevato delle obiezioni al provvedimento. Ma le sue indicazioni non sono state raccolte dal Senato: “Prendo atto, è giusto che sia così – ha risposto Cantone – Il legislatore fa le sue valutazioni. Io credo di aver dato un contributo, non credo bisognasse dire altro. Compito di un soggetto che svolge un’attività tecnica è fornire eventualmente indicazioni. Poi il Parlamento decide ed è sovrano, ma è nella dialettica della democrazie esprimere le proprie idee”. Solo che proprio l’altroieri, all’ultimo tuffo e quando era quasi impossibile fare modifiche, è stato il presidente del Partito democratico Matteo Orfini a twittare che le “sollecitazioni” di Cantone saranno approfondite e votate alla Camera.

Questo significa che il testo tornerà alla Camera, sarà modificato e quindi dovrà tornare al Senato. Mancano 7-8 mesi alla fine della legislatura e il Parlamento è a dir poco ingolfato: basti pensare alla riforma elettorale e la legge di bilancio che occuperà le Camere nei tre mesi di autunno. La soluzione poteva essere invece fare subito le modifiche chieste da Cantone (le cui osservazioni, se fondamentali, potevano essere raccolte per tempo e non il giorno prima dell’approvazione finale). Dice Gaetano Quagliariello, ex ministro e ora senatore capogruppo di Federazione della Libertà: “Nonostante le accorate, gravi, precise e concordanti preoccupazioni manifestate da avvocati e magistrati, presidenti emeriti della Corte Costituzionale e responsabili di autorità indipendenti, tutti per la prima volta all’unisono, la maggioranza in Senato, per mero puntiglio e senza offrire contro-argomentazioni di merito, ha ritenuto di andare avanti come un treno nell’approvazione del nuovo codice antimafia”.