Lo Stato kafkiano uccide più dei criminali. Ha fatto scalpore l’impietosa analisi dell’Anac sulla gestione anomala degli appalti per le dotazioni dei poliziotti del Viminale: gare motivate con urgenze inesistenti che come corollario hanno spesso la distribuzione di materiali e dispositivi inidonei a garantire la sicurezza agli agenti, così lontani per qualità tecniche da quelli indicati nei capitolati da metterne in pericolo l’incolumità. Quella delibera, che ha rilevato irregolarità in quattro procedure su quattro, ha certificato anche un’altra anomalia più “politica”: dimostra una volta di più quanto sia stata “burocratica”, a esser generosi, la difesa d’ufficio dei vertici della Polizia verso il corretto operato della propria stazione appaltante e strumentale il suo accanimento contro chi denunciava il contrario. Storia nota che conduce alla porta di Gianni Tonelli del Sap, protagonista di una battaglia semisolitaria per la trasparenza e la corretta erogazione delle dotazioni che nel 2015 lo portò a 61 giorni di sciopero della fame sotto Montecitorio. E che a leggere la delibera di Cantone oggi vede almeno in parte risarcito quell’impegno.

Tra le foto che abbiamo pubblicato la più emblematica è forse quella dei pantaloni di cinque diversi colori in uso agli agenti. Il ragionamento è: se le gare gestite dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza non riescono neppure a garantire la coerenza di un capo con il capitolato, figurarsi coi dispositivi di protezione degli agenti che richiedono ben altre specifiche tecniche. “Quella foto la feci io – racconta Tonelli – a Lamezia Terme col mio Ipad. E sa che ha fatto l’amministrazione? Ha mosso mezza Digos d’Italia per riuscire a identificare gli agenti che si erano prestati a farsi fotografare”. E perché era importante quella foto? “Perché era la dimostrazione del comportamento surreale del Viminale, che andava a fare le pulci sul colore di un pantalone ma poi non approvvigionava di indumenti necessari i poliziotti e li lasciava con dotazioni di sicurezza fallate o scadute, ad esempio i giubbotti antiproiettile con le piastre balistiche scadute e inidonei all’arma lunga, i caschi letteralmente marci, le pistole mitragliatrici M12 degli anni Settanta mai sottoposte a manutenzione mentre nell’addestramento nessuno veniva sottoposto al tiro dinamico su un bersaglio in movimento”.

Fermiamoci al colore dei pantaloni. “La storia andò così. Mi venne a trovare un imprenditore che lamentava l’ingiusta esclusione da una fornitura in corso per un asserito difetto di cromia. A me pareva strano perché con tutte le patacche che vengono acquistate effettivamente mi sembrava la cosa meno rilevante su cui concentrarsi da parte del Dipartimento per la Sicurezza Pubblica. E in effetti presi di petto la questione e venne fuori che l’Istituto di metrologia aveva analizzato la discromia dei capi nell’ambito della causa civile intentata dall’imprenditore rilevando che era nell’ambito della tolleranza consentita. Così feci quella foto in cui si vedeva che non solo il colore ma perfino taglio e forme delle divise in uso erano diversi uno con l’altro: uno con le pinces più scuro, uno chiaro a tubino, l’altro ancora sul grigio con la campana etc. I poliziotti quelli dovevano indossare, anche perché nel frattempo le  divise estive non venivano distribuite e i poliziotti si dovevano comprare da soli i capi, come le magliette che noi per primi e poi altri sindacati mettevano a disposizione in convenzione a prezzo di favore: gli italiani devono sapere che oggi ci sono in giro più polo comprate dagli stessi agenti in sevizio per conto dello Stato che quelli forniti dallo Stato”. Ma ecco Kafka. “Nonostante queste informazioni da me rese disponibili all’amministrazione dai vertici in giù ecco che l’appalto viene assegnato a un’altra ditta che è poi la stessa dei giubbetti che non hanno superato tre prove su tre al banco balistico nazionale. Mi chiedo ancora, è tutto regolare? E la risposta ce l’ha data Cantone: non è un caso se ci sono partite fallate o se ancora i poliziotti della stradale, lo abbiamo denunciato anche nei giorni scorsi, vanno in giro coi pantaloni invernali e le divise estive mancano a Roma come in tutta Italia”.

Dall’uniforme alla sicurezza la solfa non cambia. “E’ chiaro che se nel 1992 si spendeva l’equivalente di 90 milioni di euro per le dotazioni operative e le uniformi dei poliziotti, nel 2015 si è scesi a 15,8 e oggi a 8 il risultato è poi che gli agenti siano dotati di materiale scadente perché comprato al risparmio e che lo stesso settore delle forniture si faccia più spregiudicato che mai per la competizione che si è fatta brutale. Se poi il decisore pubblico viene meno ai suoi doveri d’ufficio il delitto è perfetto. Ma per un perverso sistema di coperture, posso dire da tre anni di dirigenza del Sap e per esserci andato di mezzo di persona, a terra rischiano di rimanere solo gli agenti. Penso alla circolare contra legem sui giubbotti antiproiettile: siccome non c’erano più, il Dipartimento aveva fatto una circolare per dare una ultra idoneità di sei mesi a quelli con piastre balistiche scadute al 31 dicembre 2015. Una proroga della scadenza, il farmacista può farlo sui farmaci? Non solo, avevano assicurato: “li abbiamo collaudati”. Ma qui stiamo facendo i truffatori, perché le fibre aramidiche dei giubbetti che devono inibire il passaggio del proiettile si deteriorano con l’utilizzo: al caldo, al bagnato, nel contatto con gli umori acidi del sudore e  sotto i raggi Uva. Se faccio il collaudo di un giubbetto di 10 anni fa, anche se ha 12, ma l’ho sempre tenuto nel magazzino dentro il cellophane a temperatura costante come sono i magazzini, è chiaro che può risultarmi idoneo, ma tu devi farlo su tutti quelli che sono su strada. E’ successo qualcosa di squallidamente truffaldino sulla pelle di chi sta su strada. Ecco perché dico che questo gioco di appalti milionari è una roulette russa per gli agenti”.