Dieci anni fa era lo scandalo delle divise acquistate in stock dalla Polonia con un risparmio più che altro sulla grammatica: sul retro c’era scritto “Polizzia” con una “z” di troppo. Furono buttate tenendo le scarpe che avevano però i numeri spaiati: il 44 col 41 e così via. Poi hanno continuato a piovere fondine, cinturoni e divise. E se oggi metti in fila cinque agenti della stessa unità coi pantaloni nuovi di zecca è facile che non ce ne sia uno dello stesso colore: grigio, azzurro e carta da zucchero. Ma questo è colore, appunto, il problema sono i kit antisommossa da aggiustare col cacciavite, i caschi ignifughi che alla prova del fuoco si fondono come una latta e i giubbotti antiproiettile da 610 euro l’uno che al balipedio del Banco nazionale di prova non hanno retto pallottole né armi da taglio.

Esempi passati e recenti della logica del “massimo ribasso” applicata alla spesa per “materiali di armamento, equipaggiamenti e indumenti speciali per l’operatività della Polizia di Stato”. Una voce del bilancio del Ministero degli Interni che effettivamente è scesa dai 18 milioni del 2016 agli 8 previsti per quest’anno e per il 2018. Il problema è che vestendo da capo a piedi gli agenti con indumenti e dotazioni di sicurezza che ne mettano a rischio l’incolumità forse si spende meno, ma non meglio. I sindacati lo denunciano da tempo, ora è l’Anac a dire qualcosa in merito: il vero problema sono le gare. Non di un ente qualunque ma del Viminale.

L’Anticorruzione ha pubblicato una delibera dell’8 giugno nella quale ricostruisce quattro procedure d’acquisto del Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Viminale riscontrando per ciascuna una o più violazioni al codice degli appalti e alle annesse regole di trasparenza e concorrenza, nonché una rassegnazione alla logica del massimo ribasso che non garantisce certo prodotti e materiali di miglior qualità ma i più scadenti. Raffaele Cantone che la firma non lo scrive così esplicitamente, ma il rischio di partite fallate nasce da un “sistema” fallato.

Le urgenze finte per bypassare le gare
Tutto parte dalla concorrenza. Dal sospetto degli esclusi. Sulla base di alcune segnalazioni l’Anac ha iniziato a passare a raggi x le determine a contrarre del DPS. Ebbene dall’attività di vigilanza su quattro esposti emerge l’anomalo gonfiarsi dei prezzi, l’inadeguata programmazione della spesa, la mancanza di trasparenza, concorrenza e rotazione tra imprese che vengono invitate direttamente alle procedure negoziate dove spesso cambiano perfino i capitolati tecnici e di prezzo, in danno delle ditte che non avevano partecipato o erano state escluse. In alcuni casi non viene neppure esperita una ricognizione sul mercato per sapere se esistono sul mercato prodotti e materiali migliorativi allo stesso prezzo.

Nella gara per l’acquisto di 2.300 giubbotti antiproiettile la stazione appaltante di fatto si appoggia all’aggiudicatario di un’analoga gara bandita dal Comando generale della Guardia di Finanza. Dove sta il problema? A detta dell’Anac il criterio d’urgenza che ha permesso al Viminale di bypassare la gara non c’era affatto: è vero che le piastre balistiche scadevano il 31 dicembre del 2014 ed era necessario provvedere tempestivamente alla sostituzione, ma il ministero sa benissimo che scadono ogni 10 anni e dunque sa anche quanti capi deve sostituire ogni anno.

“All’epoca mancavano i fondi”, ribatte l’amministrazione. L’Anac replica che la “estrema urgenza” deriva solo dall’inadeguata programmazione della spesa. Peraltro il Codice dei contratti pubblici consente, in particolari circostanze, di evitate la gara, “ma non di affidare una fornitura ad un operatore economico precedentemente selezionato da un soggetto terzo”. Perché? Perché così facendo gli obblighi di garantire libera concorrenza, parità di trattamento, trasparenza e bla bla bla finiscono in capo a un’amministrazione diversa da quella effettivamente titolare dell’appalto: insomma la stessa legittimità e regolarità delle procedure viene appaltata, per proprietà transitiva.

Il farwest delle forniture
La disamina di Cantone accende un faro anche sul farwest delle imprese che operano nella fornitura di equipaggiamenti e indumenti operativi. Alcune società vengono escluse per grossolane incongruenze tecniche e assenze di requisiti base per partecipare. E tuttavia, se la gara va deserta, vengono invitate a ritentare e magari si aggiudicano l’appalto. Del resto non c’è indagine di mercato, non viene utilizzata una lista di concorrenti formata con lo stesso criterio per garantire la più ampia partecipazione e una reale rispondenza tra le specifiche tecniche della fornitura e il relativo prezzo. L’unico criterio resta il prezzo più basso.

Esempi? Nella gara per 40mila cinturoni bandita a marzo 2016 si presentano sei aziende che via via vengono escluse o si autoescludono. Una non aveva la certificazione Uni9001:2008 (oggi si potrebbe richiedere quella aggiornata del 2015, ma è un dettaglio), una non ha integrato le informazioni, la terza era ammessa con riserva ed è stata esclusa perché sulla fondina aveva un marchio riconducibile a un’altra società che pure partecipava alla gara (sic) e per “difetto dei requisiti richiesti”. Nello stesso raggruppamento ce n’era una risultata “carente della licenzia prefettizia”: non aveva neppure il pedigree per oprare questo settore. Per fortuna c’è l’ultima, ma anche questa viene esclusa: la fondina che proponeva, messa alla prova, “ha evidenziato una sostanziale incompatibilità funzionale e operativa rispetto alla destinazione d’uso finale”. Escluse una dopo l’altra, l’amministrazione invia alle stesse società e a quelle che avevano mostrato interesse l’invito a una seconda procedura negoziata. Alla fine vince il fornitore bocciato per “sostanziale incompatibilità funzionale e operativa”, ma con un ribasso sul prezzo del 39,18%.

Quelli che sanno, che fanno?
Alcuni operatori, come in questo caso, denunciano all’Ana;  altri si sfogano nell’anonimato: “Il nostro settore – racconta il titolare di una media impresa italiana – è specializzato quanto spregiudicato: alcune società riescono a condizionare in partenza le gare lavorando con gli uffici tecnici del Ministero che emettono capitolati con requisiti e specifiche tecniche tali da individuare un operatore specifico ed escludere gli altri. Altre si impongono in forza di prezzi molto aggressivi perché tramite joint venture con ditte estere si approvvigionano di materiale balistico che costa meno ma non ha la stessa qualità tecnica del capitolato: alle prove di collaudo portano materiali che soddisfano i requisiti, in fase di consegna portano prodotti più economici che arrivano dal Pakistan o dalla Cina”.

Ai sindacalisti cadono le braccia: “L’istruttoria dell’Anac descrive un ginepraio di appalti opachi che gli agenti scontano a suon di partite fallate”, spiega Filippo Bertolami, vice questore e sindacalista che ha spesso denunciato anomalie nei dispositivi consegnati, come i giubbotti, ottenendo in cambio richieste di sospensione da parte dei vertici della Polizia. “Sono i danni dei burocrati della sicurezza. Chi fa i capitolati non sa cosa sia il servizio in strada e non capisce che un agente mal equipaggiato è un agente insicuro. A Milano un tizio armato di coltelli ha messo in difficoltà due militari e un poliziotto solo perché non avevano i guanti antitaglio per il corpo a corpo, ci rendiamo conto?”. Il messaggio è per i vertici: “Minniti e Gabrielli attivassero il neo-costituito “ufficio affari interni” e rimuovano questi ‘dirigenti scienziati’, corresponsabili di continui default a danno della sicurezza proprio di chi dovrebbe garantire quella di tutti”. Bertolami fa poi l’esempio di Polfer e Polaria che da 30 anni hanno le stesse divise ordinarie: “In tutto il mondo gli agenti alle stazioni sono a rischio attacchi, ma i nostri vanno ancora in giro con in giacca e cravatta, scarpine da cerimonia, bottoni dorati e cinturoni con pendagli”.

L’analisi dell’Anac, così impietosa, finirà all’attenzione del ministro dell’Interno. Si apprestano a scrivere un’interrogazione a Minniti i deputati di Alternativa Libera Marco Baldassarre e Tancredi Turco: “E’ inconcepibile – attaccano – che il Viminale non sia capace di acquistare i giubbotti antiproiettile per la Polizia di Stato, oltre ad altro materiale, senza violare il codice degli appalti. E’ una condotta che lede il diritto dei cittadini a veder spesi bene i propri soldi e quello delle forze dell’ordine ad essere approvvigionate di equipaggiamenti fondamentali, in tempi ragionevoli”.