Un parcheggio sotterraneo e all’ingresso una scritta: “Boxe against racism”. Emanuela arriva qui, alla palestra popolare del Quadraro, periferia sud di Roma, ogni mattina con la sua bicicletta. Parcheggia, entra, indossa le fascette e comincia il suo allenamento.

“Le donne si sono avvicinate fin da subito alla palestra”, racconta Silvano Setaro. Ha quasi 35 anni, e insieme ad altri abitanti del quartiere ha occupato questo spazio nel 2008. Silvano diventa istruttore l’anno dopo e da allora allena chi sceglie di venire qui. “Ho cambiato palestra e sono venuta qui anche se non abito in zona”, racconta Agnese, 32 anni. “Avevo necessità di trovarmi in un ambiente serio ma allo stesso tempo leggero. Quando fai agonismo non è così semplice”. “La boxe la fai se hai fame, non importa di cosa“, assicura Andrea Di Biagio. Fa il fotografo, non l’istruttore, ma quando può aiuta qui Silvano in tutto e per tutto.

La palestra è completamente autofinanziata e occupa un garage abbandonato da “quasi mezzo secolo”. “L’importante è essere tutti sullo stesso livello”, spiega Silvano. “E per fortuna qui c’è sempre stata una grande e positiva partecipazione. Se è diverso allenare le donne? Forse hanno bisogno di essere seguite di più per un maggiore timore che hanno ad avvicinarsi a questo sport percepito inizialmente come maschile. Ma le cose stanno cambiando”. Le ragazze, qui, raccontano come però ancora oggi lo sport da loro scelto stupisca gli interlocutori. “E invece, per me, la boxe è proprio donna”, dice Emanuela con un sorriso. Anche lei ha fatto parte del nucleo iniziale che ha occupato la palestra quasi dieci anni fa. “Avevo una voglia di salire sul ring la prima volta. Non me lo sarei mai aspettato. Volevo dimostrare a me stessa che avevo fatto un buon lavoro. E così è stato”.