Ciò che la Puglia teme davvero è il passo indietro: quello dell’Ue sulla possibilità annunciata di tornare a piantare ulivi nel Salento, almeno le due varietà al momento ritenute in grado di reggere l’urto del disseccamento rapido, Leccino e Favolosa. Sono anni che a fronte di migliaia di piante perdute non si consente, per legge, se non a fini di studio, di reimpiantare l’albero simbolo. Il dietrofront è l’ipotesi più nera, quella a cui la Regione per ora non vuole pensare. E fa il paio con il rischio, reso noto nelle scorse settimane, del riavvio della procedura di infrazione comunitaria sospesa lo scorso febbraio. C’è tutto questo, ora, sul banco Xylella fastidiosa, il batterio da quarantena ritenuto tra le cause del rinsecchire delle piante. E c’è ora che l’Italia torna sotto accusa per la gestione della fitopatia, per quelle falle che starebbero “mettendo in pericolo l’Europa”. A puntare l’indice è la rivista scientifica Nature, dopo il rapporto pubblicato il 31 maggio scorso dalla Commissione Ue, il nucleo delle raccomandazioni varate in seguito all’audit e ai sopralluoghi degli esperti nel novembre scorso. Bruxelles spinge soprattutto lungo tre assi: chiede alla Puglia di rendere più efficace il monitoraggio sul batterio, di attuare misure di contenimento, ma soprattutto di agire tempestivamente nell’espianto degli alberi infetti nella zona cuscinetto, la “buffer zone” ampia dieci chilometri vicino a Fasano, la porta verso la storica piana degli ulivi secolari. “Che in Ue fossero molto arrabbiati lo sapevamo”, dice Gianluca Nardone, a capo del Dipartimento Agricoltura della Regione Puglia. “Ci è stato riconosciuto un enorme sforzo – aggiunge – ma l’allarme procurato è eccessivo, perché nei 30 chilometri monitorati sono state riscontrate criticità solo nell’ultimo tratto, mentre il resto è indenne”. Data nevralgica sarà quella del prossimo 20 giugno, quando tornerà a riunirsi il comitato fitosanitario europeo, in seno al quale si parlerà anche di Xylella. Temendo la retromarcia.

La bacchettata all’Italia
Per la Commissione Ue, la modalità di esecuzione del monitoraggio su larga scala, generalmente in linea con i requisiti previsti, a volte non è stata appropriata per alcune specie. Pollice verso soprattutto per i ritardi nell’abbattimento degli ulivi, come intorno a Oria: quelli trovati positivi a Xylella prima dell’agosto 2016 “sono stati rimossi con ritardi molto significativi o, nel caso di quattro alberi, sono rimasti ancora da abbattere al momento della verifica (novembre 2016, nda). Questo ha fornito buone opportunità per la diffusione del patogeno”. È il cuore del report del 31 maggio. Ed è su quello che si innesta la pesante frustata di Nature: il controllo dell’epidemia, secondo la rivista scientifica, è cominciato troppo tardi, ci sono stati troppi indugi nell’espianto, sarebbero state ignorate tutte le raccomandazioni del mondo scientifico. Nel frattempo, varie specie di Xylella sono state trovate anche in Francia, Germania, Svizzera e nelle Isole Baleari. Sotto accusa ci sono le autorità nazionali e regionali, per aver sborsato solo poco più della metà dei dieci milioni di euro previsti per le misure di contenimento. L’unica buona notizia, secondo Nature, è la scoperta delle due varietà di olivo ritenute capaci di reagire al batterio, ma lo sviluppo di alberi del tutto resistenti potrebbe richiedere almeno dieci anni.

La replica pugliese
“Abbiamo speso poco? Solo la Puglia ha impegnato 2,7 milioni di euro per la ricerca, altri 2 milioni per le analisi nei laboratori di tre università e Cnr, più altri interventi. Lo scorso 15 maggio, abbiamo liberato dal bilancio regionale un milione di euro per gli indennizzi, la metà del totale previsto”. Nardone vuole ribattere punto per punto. “Non c’è solo la strigliata, perché dall’Ue ci sono giunte importanti aperture di credito, come per i reimpianti, su cui non vorremmo ci fossero ripensamenti: la stessa Commissione ha apprezzato il fatto che abbiamo ispezionato 160mila ettari di campagne, effettuato 160mila analisi, il 5 per cento delle quali inviate a doppio controllo. Fra due settimane, ripartirà il monitoraggio, ettaro per ettaro, su una fascia estesa 30 chilometri da nord a sud e 60 dall’Adriatico allo Ionio”. È quella la linea del Piave pugliese, a nord della città di Brindisi, fino a Taranto e quasi alle soglie della provincia di Bari. Un territorio costantemente sotto la lente: nel caso in cui vengano ritrovate piante infette nella prima fascia meridionale di 20 chilometri (area di contenimento), andranno abbattuti quegli alberi e monitorati tutti gli altri nei cento metri intorno. Se, invece, Xylella venisse rilevata su un ulivo ricadente nei successivi dieci chilometri (zona cuscinetto), andrebbe sradicata quella pianta insieme a tutte le altre nel raggio di cento metri.

Gli abbattimenti di ulivi
Le ispezioni hanno portato a galla dodici focolai in area di contenimento: 866 ulivi infetti tra Oria e Francavilla Fontana. Ne sono già stati tagliati 300; undici monumentali, invece, sono stati coperti con delle reti. Per le altre 566 piante, la motosega è pronta ad entrare in azione la prossima settimana, termine ultimo che la Regione si è dato. Se finora si è agito a rilento è per un doppio motivo. Il primo è normativo. Al contrario della Francia, dove lo Stato può entrare di forza nelle proprietà private ed espiantare gli alberi, qui la filiera è più lunga: bisogna risalire ai proprietari, notificare loro lo stato dell’infezione e poi l’ordine di abbattimento, concedere la possibilità del contraddittorio. La seconda ragione è che Bari non ha tanta voglia di usare la mano pesante e sta provando, tramite i sindaci e le prefetture, a persuadere gli agricoltori a tagliare da soli i propri ulivi, prevedendo un rimborso. Se non lo faranno, fra qualche giorno i tagli saranno coatti e ci si sta attrezzando per intervenire con personale dell’agenzia regionale Arif. In questo caso, l’olivicoltore perderà il ristoro economico, sarà costretto a pagare la rimozione a sue spese e sarà multato. Questo prevede la legge. Ma in molti continuano a resistere.