“Sono quasi certo che nelle zone più colpite dal caldo estivo assisteremo a un aumento dei voti all’estrema destra”. L’analisi del filosofo Charbonnier
Il surriscaldamento climatico favorisce l’ascesa delle destre in Europa. A ipotizzarlo è Pierre Charbonnier, filosofo francese ricercatore presso il Centre national de la recherche scientifique (CNRS) e docente a Sciences Po a Parigi. Abbondanza e libertà. Una storia ambientale delle idee politiche appena pubblicato con Feltrinelli è uno dei frutti del suo lavoro di esplorazione dei rapporti tra natura e società e del ruolo delle risorse ambientali nella formazione dei concetti di libertà, democrazia e modernità. Ilfattoquotidiano.it lo ha incontrato nei giorni scorsi a Milano in Fondazione Feltrinelli per dialogare sugli attori positivi e negativi e gli effetti delle (mancate) politiche ambientali sulla nostra società.
Chi sono oggi i nemici di chi come lei invita a riflettere su un nuovo paradigma per la libertà dell’uomo?
Uno dei motivi del successo dei nemici delle politiche climatiche ed ecologiche è che riescono a fare proprio il linguaggio della libertà. Una frase davvero degna di nota di Donald Trump, durante il suo primo mandato, è quella in cui parlava del petrolio – o meglio, del gas – definendolo “molecole di libertà”. Intendeva dire che nel settore energetico c’è la libertà di produrre e di circolare. Parlava anche della libertà del suo Paese, quella di avere una bilancia commerciale in attivo. E, come si può vedere, l’estrema destra in Germania, ma anche in Francia, sostiene sempre che l’ecologia sia la fine della libertà, la fine della possibilità di muoversi quanto si vuole, in particolare di mangiare ciò che si vuole e quanto si vuole, eccetera. Quindi o si accetta che l’ecologia non abbia un modello di emancipazione da promettere, il che è ovviamente un enorme problema, oppure si accetta che quello che può promettere sia comunque abbastanza diverso da quello che ereditiamo dal passato. Quindi è piuttosto difficile. Ci sono persone che ritengono che la libertà vada ricercata nella sobrietà, ma questa non è affatto l’idea che io cerco di sviluppare nel mio libro, perché penso che esistano sistemi tecnologici molto meno pericolosi per l’ambiente naturale rispetto a quelli di cui disponiamo oggi. Quindi cerco anch’io di trovare un equilibrio tra questa modernizzazione ecologica di cui abbiamo bisogno e, per così dire, nuove forme di solidarietà o di azione collettiva che pongono comunque dei limiti alla concezione individualista della libertà.
C’è chi ha sempre di più rispetto a tanti che hanno sempre di meno. Come dialogano le sue teorie con quella della redistribuzione della ricchezza?
Allora, è vero che nel mondo della ricerca sul clima c’è ampio consenso sul fatto che è praticamente impossibile organizzare un cambiamento del modello socio-economico senza dare allo Stato le risorse finanziarie necessarie. Quindi bisogna passare attraverso la fiscalità e una certa forma di ridistribuzione. Questo è un consenso molto, molto diffuso con cui mi trovo d’accordo. D’altra parte, la questione B è un po’ più complessa perché se ci si limita a trasferire ricchezza dai più ricchi ai più poveri, ciò aumenta le emissioni di gas serra. Se le classi popolari iniziano ad avere livelli di consumo pari a quelli delle classi superiori, ovviamente non funziona. Ciò che occorre, invece, è mobilitare capitali pubblici che consentano alle classi popolari di affrancarsi dalla dipendenza dalle energie fossili. È proprio questo che ho approfondito nel mio ultimo articolo sul clima. Sappiamo benissimo che i gruppi sociali più dipendenti dalle energie fossili non sono i più ricchi, ma la piccola classe media, con auto vecchie e molto inquinanti, case mal isolate e, ovviamente, posti di lavoro nel settore industriale: sono proprio loro che bisogna liberare da questa dipendenza. Non ci sono molti altri modi per farlo, se non attraverso una forma di sostegno tramite investimenti pubblici, una sorta di sicurezza sociale della transizione, che in realtà pone enormi problemi sociali e politici perché, per il momento, non esiste una vera e propria richiesta democratica per questo regime socioeconomico.
Il clima sta entrando in un momento cruciale, veniamo da un’estate terrificante che ci pone davanti a delle scelte: i tempi di una nuova politica sono compatibili con le sfide climatiche che abbiamo di fronte?
È una questione importante, in effetti: l’estate che sta volgendo al termine è stata, credo, un punto di svolta in Francia, un cambiamento davvero significativo; d’altra parte, però, non ritengo che l’evoluzione sia positiva. Per molti anni si è affermato che la questione climatica è una questione di responsabilità pubblica, il che è vero. Poi è arrivata questa estate di caldo torrido e non c’è stata una risposta adeguata da parte dello Stato, né in termini di protezione della popolazione, né in termini di preparazione alla transizione. E in effetti la reazione di molte persone, che in realtà è piuttosto logica, è stata di dire: “Ah, è una questione pubblica. Lo Stato non protegge”. Di conseguenza, la fiducia nello Stato diminuisce. E sono quasi certo che nelle zone più colpite assisteremo a un aumento dei voti all’estrema destra, che spesso è una reazione al senso di abbandono. Una logica perversa, direi. Normalmente, dall’altra parte, ci dovrebbe essere una reazione delle autorità pubbliche volta a garantire la sicurezza della popolazione. Il problema è che garantire questa sicurezza costa moltissimo. Bisogna trovare i fondi per farlo. Bisogna formare la popolazione, i vigili del fuoco e cose del genere. Ma quel senso di urgenza che consentirebbe di sbloccare un intervento pubblico – ovviamente con le relative condizioni economiche – per il momento, io non lo vedo.
Che dire rispetto all’avanzata di populismo e di estreme destre in questa situazione?
Cose molto interessanti: mi trovavo in una zona delle Alpi che è stata colpita da gravi inondazioni, non molto lontano da qui. E poi, alle successive elezioni comunali e regionali, la destra ha aumentato il proprio consenso per i motivi che ho spiegato; anche in Germania si è verificato lo stesso fenomeno. Lo si è visto anche in Spagna, nella regione di Valencia, dopo le gravi inondazioni. L’estrema destra ha guadagnato terreno e Marine Le Pen sta riscuotendo successo in Francia. È un po’ presto per dirlo, ma a quanto pare è stata la vincitrice di questo periodo di ondata di caldo, perché è l’unico partito che ha detto subito che bisogna climatizzare il Paese; anche se non era necessariamente un messaggio molto appropriato, era quello che la gente voleva sentire, in realtà, e l’hanno detto senza alcuna ambiguità, a differenza di molti altri attori politici: bisogna installare impianti di climatizzazione, ovviamente.