“Penso che Trump sia pagato da Putin“. La frase, pronunciata il 15 giugno 2016 in piena campagna elettorale durante una conversazione a Capitol Hill, piomba nel pieno della bufera che da giorni imperversa sul capo della Casa Bianca. A proferirla, secondo il Washington Post, il leader della maggioranza repubblicana alla Camera Kevin McCarthy, un mese prima che il miliardario newyorkese diventasse il candidato ufficiale del Partito Repubblicano. Un’affermazione fatta durante un colloquio tra l’esponente del Grand Old Party e alcuni parlamentari repubblicani di cui esisterebbe una registrazione ascoltata e verificata dal quotidiano. Parole gravi, al punto da provocare l’immediata reazione dello speaker della Camera Paul Ryan, che interrompe la conversazione: “Evitate i leaks… è così che dimostriamo di essere una famiglia”.

L’audio segreto – spiega il Washington Post – venne registrato subito dopo che i leader della maggioranza repubblicana in Congresso – McCarthy e Ryan – avevano avuto due incontri separati col primo ministro ucraino Vladimir Groysman. Sarebbe stato quest’ultimo a descrivere la tattica utilizzata dal Cremlino di finanziare politici populisti per danneggiare e indebolire le istituzioni democratiche in Europa, soprattutto nei Paesi dell’est.

“Ci sono due persone che penso siano pagate da Putin – afferma McCarthy nell’audio – e sono Rohrabacher e Trump”, e si sente una risata secondo la ricostruzione del Washington Post. Dana Rorhabacher è una deputata repubblicana della California famosa in Congresso per il fervore con cui difende le posizioni di Vladimir Putin e della Russia. La conversazione – come emerge dalla registrazione – fu poi interrotta da Ryan, che chiese ai presenti di tacere su quello scambio di battute, forse pensando che potesse essere pericolosa: “Questo è un off the record … [risata] … evitate le fughe di notizie … [risate] … va bene?!”, si sente dire lo speaker della Camera.

La trascrizione ottenuta dal Washington Post della conversazione dimostra che già a giugno – subito dopo che era stato rivelato che i russi avevano cercato di lanciare un attacco hacker contro il Democratic National Committee – i repubblicani parlavano delle relazioni con la Russia di quello che, anche contro la loro volontà, era diventato il loro candidato. E che i sondaggi davano destinato a sconfitta sicura.

“La conversazione era chiaramente scherzosa – si legge in una nota di Brendan Buck, portavoce di Ryan – nessuno dei presenti ha creduto che il leader della maggioranza stesse dicendo seriamente che Donald Trump o un altro dei nostri esponenti potesse essere pagato dai russi”. McCarthy affida la propria difesa a un tweet: “Si tratta di una battuta sbagliata. Non sorprende che il Washington Post abbia provato a trasformarla in una breaking news“.

 

Poco prima della rivelazione, Trump era tornato a parlare del Russiagate, ovvero le presunte interferenze di Mosca nelle presidenziali di novembre e sui contatti fra la campagna di Trump e il Cremlino: “Con tutti gli atti illegali avvenuti nella campagna elettorale della Clinton e nell’amministrazione Obama non è mai stato nominato un commissario speciale. E’ la più grande caccia alle streghe di un politico nella storia americana”, ha scritto il capo della Casa Bianca riguardo la nomina di Robert Mueller a commissario speciale incaricato di indagare sul caso.

Poco prima della consueta raffica di tweet presidenziali era emersa un’altra circostanza scomoda per il capo della Casa Bianca: citando due fonti ben informate, il New York Times riferisce che il 4 gennaio, cioè 16 giorni prima dell’insediamento alla Casa Bianca, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn comunicò alla squadra di transizione del presidente di essere sotto indagine federale per avere lavorato come lobbista per la Turchia durante la campagna elettorale. Tuttavia, nonostante l’avvertimento, che giunse un mese dopo che il dipartimento della Giustizia aveva notificato a Flynn l’inchiesta, Trump lo nominò come suo consigliere, incarico che gli diede accesso a quasi ogni segreto in mano alle agenzie di intelligence statunitensi. Flynn fu poi rimosso dall’incarico il 13 febbraio, appena 24 giorni dopo l’inizio del suo mandato, dopo avere ammesso di avere dato informazioni incomplete al vice presidente Mike Pence e ad altri alti funzionari dell’amministrazione sulle sue conversazioni con l’ambasciatore russo negli Usa, Sergey I. Kislyak.

Secondo l’agenzia Reuters, durante gli ultimi mesi di campagna elettorale Flynn ebbe almeno 18 contatti con funzionari ed esponenti russi avvenuti al telefono o per posta elettronica negli ultimi sette mesi della campagna elettorale, analizzati dall’Fbi nell’ambito dell’indagine sul Russiagate. Le conversazioni tra Flynn e Kislyak sono aumentate dopo il voto dell’8 novembre, secondo le fonti, e i due avrebbero discusso dell’apertura di un canale di comunicazione tra Trump e il presidente russo Vladimir Putin che potesse eludere la burocrazia sulla sicurezza nazionale americana. A gennaio la Casa Bianca ha inizialmente negato, mentre in seguito ha confermato quattro incontri tra i consiglieri di Kislyak e quelli Trump durante quel periodo.