Una storia di droga, spaccio e delinquenza minorile. In mezzo una presenza ‘scomoda’ di cui liberarsi, chissà, magari tramite un ‘avvertimento’ che tale doveva rimanere, ma che invece è finito in tragedia. C’e’ una nuova pista alla quale gli investigatori stanno lavorando nella caccia al responsabile dell’incendio del camper, che buttando una bottiglia incendiaria ha fatto morire tra le fiamme le tre sorelle rom Elizabeth, Francesca e Angelica di 20, 8 e 4 anni nel quartiere Centocelle a Roma. Un’ipotesi investigativa appresa da ilfattoquotidiano.it e che ha portato gli inquirenti a porsi molte domande e a iniziare ad ascoltare residenti e possibili testimoni. Tutto ciò, tuttavia, non esclude la pista principale, quella della “faida fra rom”. In tal senso, secondo quanto trapela dalle forze dell’ordine, ci sarebbe un sospettato che gli investigatori starebbero cercando in queste ore. Al setaccio alcuni campi nomadi della Capitale, il che confermerebbe la vendetta tra ambienti rom al’origine del gesto.

LA PIAZZA DI SPACCIO
Il parcheggio del Centro Commerciale Primavera, tuttavia, era diventato da qualche tempo territorio di un paio di comitive piuttosto numerose di ragazzi italiani, una formata da adolescenti o poco più e l’altra composta da persone maggiorenni dai 23 ai 30-35 anni. Nessuno di questi risulterebbero militanti o particolarmente impegnati dal punto di vista politico, sebbene vengano descritti dai residenti come “fascistelli di periferia”. Lì al parcheggio si ritrovano tutte le sere: parlano, urlano, mettono musica ad alto volume e addirittura “fanno corse con le auto e le moto”, come si evince dalle denunce prodotte da alcuni residenti alla Polizia Locale. Soprattutto, c’e’ lo spaccio di droga, come risulta da alcune fonti inquirenti: erba, hashish, pasticche e l’immancabile cocaina. Una piazza di spaccio in piena regola. Di certo, in un quadro come questo, la presenza del camper della famiglia di Romano Halilovic non poteva essere presa bene. “I ragazzi stavano lì anche martedì sera – ha raccontato un residente alle forze dell’ordine – mi sono affacciato e li ho visti. Poi abbiamo sentito il botto e le urla: mi sono riaffacciato e non c’era più nessuno”. Nessuna chiamata al 112 sarebbe arrivata da questi ragazzi, nessuno che avrebbe tentato di aiutare la famiglia rom, solo il mezzo in fiamme e la tragedia che si è consumata lentamente. Pur informalmente, gli inquirenti avrebbero già provato ad ascoltare alcuni dei componenti della comitiva, ma tutti hanno negato di aver visto o sentito qualcosa. “Anche le ragazze, che di solito sono più sensibili, si sono trincerate nel silenzio”, racconta una fonte a ilfattoquotidiano.it. Una pista nuova, dunque, rafforzata dal carattere di Halilovic, che viene descritto come “litigioso”, “testardo” e un po’ fuori dagli schemi. “Ha litigato anche con noi quando stava al Parco di Centocelle – spiega Alessandro Moricone, ex consigliere municipale di Sel e oggi attivista della zona – e gli avevamo chiesto di non sporcare la zona che avevamo appena pulito”. Il sospetto è che l’uomo possa essersi impuntato o aver polemizzato con qualcuno della comitiva per gli schiamazzi notturni, contribuendo a rovinare “la piazza” agli spacciatori tanto da meritarsi un “avvertimento”.

I DUBBI SULLA FAIDA
La pista principale resta tuttavia quella della faida interna. Quello degli Halilovic è un clan molto influente nella comunità rom della Capitale e quel cognome spesso ritorna in affari di delinquenza e commistioni con traffici importanti e persino con la politica. Romano e la sua famiglia avevano subito una sorta di decreto di espulsione da un tribunale interno a La Barbuta. Ma non è tutto. A quanto denunciano gli stessi superstiti, la famiglia aveva ricevuto forti minacce dopo l’arresto dei responsabili dello scippo a Zhang Yao, la ragazza cinese investita da un treno mentre inseguiva le persone che l’avevano derubata nelle vicinanze del campo rom di via Salviati. Una ipotesi che ha spinto gli inquirenti a passare al setaccio l’insediamento di Tor Sapienza e i villaggi di Salone e La Barbuta. Qualcosa però sembra non tornare. Innanzitutto le modalità inedite e l’efferatezza con le quali sarebbe avvenuta questa “vendetta”, che non trovano precedenti nella “sociologia rom” e nelle cronache romane; quindi la scarsa protezione a Romano e alla sua famiglia, in viaggio da settimane per i quartieri di Roma est, che avrebbe potuto ottenere nel caso, come si suppone, avesse fatto la “spia”; infine, come detto, l’assenza di testimoni anche fra gli italiani. Insomma: più di qualche dubbio e la volontà di non lasciare nulla di intentato per assegnare alla giustizia l’assassino delle tre sorelle.