Dalla crisi dello spread in poi non c’è governo italiano che non abbia confezionato un regalino per alleviare le sofferenze delle banche. E l’esecutivo di Paolo Gentiloni non fa eccezione inserendo nella “manovrina” sconti fiscali per gli istituti di credito che navigano in brutte acque. “Un caso”, come ha spiegato il sottosegretario all’economia con delega alle banche, Pier Paolo Baretta, quando il quotidiano La Stampa ha chiesto conto della modifica contabile dei parametri di Aiuto alla crescita economica (Ace), un meccanismo fiscale nato nel 2012 per premiare gli imprenditori che fanno investimenti attraverso sgravi sugli apporti di capitale effettuati. Fatto sta che il puro “caso” ha voluto che ancora una volta il governo usi soldi pubblici, che dovrebbero arrivare dalle tasse, per favorire banche decotte piuttosto che chi fa investimenti come ha denunciato apertamente Confindustria. L’obiettivo? Migliorare gli indicatori patrimoniali degli istituti in difficoltà e ridurre così le iniezioni di liquidità necessarie ad evitare il collasso.

Il gioco emerge nella trimestrale del Monte dei Paschi di Siena in cui si legge che la modifica del calcolo dell’Ace vale circa 891 milioni in termini di minori tasse del primo trimestre. Benefici importanti potrebbero presto emergere anche dalle trimestrali della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, nonché da tutte le banche che effettivamente evidenzino ingenti crediti fiscali (DTA, Deferred Tax Assets o più semplicemente imposte anticipate) per effetto delle pesanti perdite subite negli anni. Si tratta di voci che sono attualmente fuori bilancio perché la legge ne permette la contabilizzazione solo sulla base di utili stimati in funzione di uno specifico test. La modifica del calcolo dell’Ace aumenterà però automaticamente l’imponibile e consentirà quindi di recuperare in bilancio una quota maggiore di imposte anticipate. Con beneficio per utili e patrimonio. L’altra faccia della medaglia è che l’aumento dell’imponibile graverà sulle aziende sane per almeno due ragioni: la prima è che la modifica della manovrina (art. 7 decreto 50) consentirà lo sgravio solo relativamente agli ultimi cinque esercizi contro il cumulo previsto finora dal 2011; la seconda motivazione è che l’aliquota sarà ridotta. “Quello che doveva essere un pilastro del nostro sistema tributario, l’Ace viene ulteriormente depotenziato e, di fatto, snaturato”, ha dichiarato martedì 2 maggio Marcella Panucci, direttore generale di Confindustria in audizione a Montecitorio. Il tutto per offrire l’ennesimo supporto alle banche con un meccanismo di aiuti pubblici agli istituti decotti che ormai è ben noto agli italiani ed è trasversale ai governi che si sono susseguiti a palazzo Chigi dal 2011 in poi.

Lo ha inaugurato l’ex premier Mario Monti che ha lanciato la prima ciambella di salvataggio al Monte dei Paschi di Siena con i bond del Tesoro. Ha poi proseguito Enrico Letta che ha varato una riforma di Bankitalia generando laute plusvalenze soprattutto per Unicredit e Intesa. Non è stato da meno Matteo Renzi che ha spianato la strada all’esproprio diretto degli immobili in caso di debitore insolvente, ha sostenuto la nascita del fondo Atlante per le sofferenze bancarie e ha anche spinto la Cassa Depositi e Prestiti ad investire in crediti deteriorati dalla dubbia redditività. E’ arrivato ora il momento di Gentiloni che nella manovrina tenta di ridurre l’esborso per i salvataggi delle banche disastrate. Con buona pace delle imprese che gli investimenti li fanno.

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