L’economia spagnola è in chiara ascesa, il Pil nell’anno in corso è al 2,7 %, le stime per il prossimo anno dicono 2,5 %, un trend decisamente positivo che ha avuto riflessi sul tasso di disoccupazione, passato nel 2016 dal 22 al 19,6%. Alcune aree della penisola, tuttavia, sono ancora ai primi posti delle regioni con maggior numero di disoccupati in Europa, i dati dell’Eurostat – istituto statistico della Ue con sede in Lussemburgo – confermano che 5 delle 10 regioni del Continente (il censimento si concentra su 275 regioni europee) con maggiore disoccupazione, sono spagnole.

Sono tutte al sud le regioni con meno occasioni di lavoro, Ceuta e Melilla, le due enclavi iberiche nel nord Africa (la seconda con un tasso che supera il 30%), le isole Canarie, l’Estremadura, comunità autonoma sud-occidentale, e l’estesa Andalusia – storicamente terra d’emigrazione – in sofferenza con un tasso del 28,9%. Se si considerano gli indici relativi alla disoccupazione giovanile i risultati sono ancora più sconfortanti: Melilla tocca punte del 68,1%, l’Andalusia il 57,9%, anche in questo campo un non invidiabile primato europeo, in compagnia di Calabria e Sicilia.

Pochi giorni fa il governo del premier conservatore Mariano Rajoy ha approvato la proroga del Programa de activación para el empleo (Programma di attivazione dell’impiego, Pae) che assicura un sostegno, per sei mesi, di 426 euro mensili a inoccupati di lungo corso, con carichi di famiglia che hanno visto esaurirsi il diritto a prestazioni o sussidi, purché dimostrino di ricercare attivamente un altro impiego.

Al di là della deludente conferma dei dati statistici su base europea, le aspettative del governo iberico sono tutt’altro che deprimenti: l’economia è in crescita costante, l’intensificazione delle esportazioni ha fatto da traino negli ultimi anni, il tasso di crescita dell’export è pari al 5%, dato che, da un canto, compensa un certo rallentamento dei consumi interni, dall’altro, ha una ricaduta diretta sull’occupazione. Non è un caso che la metà del milione e 200mila posti di lavoro creati, negli ultimi 12 mesi, dai 19 paesi della zona euro, è stato generato in Spagna.

Numeri importanti che non stupiscono, le imprese spagnole stanno seguendo il modello delle piccole e medie imprese italiane: attenzione per la qualità dei prodotti, maggiore dinamismo, capillare presenza sui mercati esteri. Iniziative imprenditoriali che prescindono dagli andamenti controversi della vita politica. Si pensi che i risultati più significativi, in termini di ricchezza del Paese, sono stati raggiunti nel periodo di maggiore incertezza politica, quando lo stallo è durato per oltre un anno.

Tendenze dell’economia reale che sembrano contrastare con la logica, smentendo peraltro le previsioni di quegli analisti che vedevano nella prolungata stagnazione della politica una possibile causa di decelerazione dell’economia. Aveva ragione l’economista statunitense John Kenneth Galbraith quando sosteneva che “la sola funzione delle previsioni in campo economico è quella di rendere persino l’astrologia un po’ più rispettabile”.