“L’attentato alla metro di San Pietroburgo, in Russia, costato la vita a 14 persone, è strettamente legato allo scenario siriano”. Così la stampa araba legge l’accaduto. Per il quotidiano online al Rai al Youm, “l’attacco arriva dopo che l’Isis aveva invitato, nel settembre del 2015, i suoi uomini a colpire la Russia che era entrata in Siria in supporto del regime di Damasco”. Sarebbero, si legge ancora, “7mila i combattenti provenienti da repubbliche dell’ex Urss entrati nelle file dello Stato Islamico. Fra questi 2.900 di nazionalità russa”.

Sulla stessa lunghezza anche al Hayat, quotidiano panarabo, che sottolinea come i “servizi segreti russi fossero in allerta dal settembre 2015, cioè dalle minacce Isis, e dal possibile ritorno in Russia dei foreign fighter partiti a combattere”. Per al Quds al Arabi, quotidiano panarabo che pubblica un articolo con l’opinione della redazione sull’accaduto, l’attentato è una chiara “minaccia verso il presidente Vladimir Putin”. La testata sottolinea che l’attentato è giunto proprio mentre “il leader del Cremlino si trovava in città per una serie di incontri, fra cui uno con Lukashenko”. E questa coincidenza “è un chiaro segnale che nel mirino ci fosse la leadership russa”.

L’attacco alla metro, continua al Quds al Arabi, “richiama una famosa definizione del terrorismo: l’uso deliberato della violenza o la minaccia di essa per il raggiungimento di un obiettivo politico, religioso o ideologico”. Una definizione che caratterizza quello che è stato compiuto a San Pietroburgo ma, ricorda il quotidiano, calza anche “alla Russia che è chiaramente responsabile della morte di 3.967 civili uccisi dall’inizio dell’intervento militare” in Siria, a supporto del governo di Damasco.

Tutti i quotidiani, a fianco alla notizia dell’attentato in Russia, danno risalto in prima pagina alle nuove linee guida della strategia dell’Unione Europea – sottoscritte dai ministri degli esteri degli stati della comunità – sottolineando il punto in cui si “promuove il riconoscimento della responsabilità per crimini di guerra“. Questa enfasi, data alla volontà della Ue di perseguire i crimini di guerra e l’impossibilità di Bashar al Assad di avere un futuro ai verici dello Stato siriano, deriva dal capovolgimento della posizione degli Usa riguardo alla crisi siriana. Giovedì scorso, 30 marzo, la rappresentante statunitense all’Onu, Nikki Haley, aveva dichiarato che “la rimozione di Assad non è più una priorità per Washington”.