Come si usa dire: peggio la toppa dello strappo. Lo scorso 30 marzo, come certo ricorderete, il Tribunal Supremo d Justizia – sulla carta l’equivalente della Corte Costituzionale, ma di fatto l’ufficio legale del governo “bolivariano” del Venezuela – aveva emesso un paio di sentenze (la n.155 e la n. 156, per la cronaca) con le quali spogliava d’ogni autorità l’Assemblea Nazionale (peraltro già da tempo inabilitata dal TSJ perché dichiarata in “desacato”, ossia in stato di “disobbedienza”) attribuendo a se stessa tutte le funzioni che la Costituzione riserva al potere legislativo. Questo era stato lo “strappo”, il “golpe”, o ancora, il “colpo di grazia” a quella separazione dei poteri che, conditio sine qua non d’ogni sistema democratico, nella Venezuela “bolivariana” già versava, se ancora era viva, in un assai precario stato di salute.

Sabato scorso, trascorse appena 48 ore e misurato lo scandalo causato in Venezuela e nel mondo dal provvedimento, è arrivata la “toppa”. La quale, come vuole l’antico proverbio, ha ancor più evidenziato le mortali dimensioni della ferita che squarcia il corpo della democrazia venezuelana. Nella sostanza: il governo venezuelano ed il TSJ (che dell’esecutivo non è, da tempo, che un’inerte e servile appendice) ha preteso di cancellare un atto volgarmente anticostituzionale – per l’appunto: lo scioglimento di fatto del Parlamento – con un altro (e per molti versi ancor più volgare) atto anticostituzionale.

Questo è quel che è accaduto. Le due summenzionate sentenze del TSJ, non avevano, in realtà, provocato soltanto – nelle 48 ore trascorse tra lo strappo e la toppa – la scandalizzata reazione di tutti coloro che ancora credono nella democrazia, ma avevano anche messo in rilievo la profonda divisione (quella, da tempo strisciante, tra ala dura ed ala moderata) che corre all’interno dello stesso governo venezuelano. La fiscal general Luisa Ortega Díaz – un personaggio che, pure, non è immune da colpe – non aveva infatti esitato a pubblicamente e duramente contestare le due sentenze, definendole “una rottura del filo costituzionale”. E di fronte ad una tanto drastica denuncia, proveniente dalle viscere del medesimo governo, al presidente Maduro non era rimasto che innescare la retromarcia. Come? Convocando il Consejo de Defensa Nacional – un organismo “collettivo” al quale la Costituzione attribuisce esclusivamente compiti relativi alla difesa militare della integrità territoriale della Nazione – per chiedere al TSJ di “riconsiderare” le sue due sentenze.

Detto e fatto. Con una rapidità ed una puntualità che, molto più eloquentemente d’ogni denuncia dell’opposizione, hanno testimoniato lo stato del suo totale, persino patetico, asservimento all’esecutivo, il presidente del TSJ, Maikel Moreno, ha “corretto” le due sentenze contestate, ripulendole dalle espressioni più sfacciatamente “golpiste” ed adeguandole alle proclamate esigenze “unitarie” del governo. Una foglia di fico gli aveva chiesto Maduro – ritrovatosi all’improvviso nudo di fronte alla comunità internazionale ed a parte del suo proprio partito – ed una foglia di fico il buon Maikel gli ha, con tutta la goffaggine d’un burattino, prontamente fornito. Peccato che, come tutte le foglie di fico, anche questa ad altro non sia servita che a mettere ulteriormente in risalto le nudità dittatoriali, ormai davvero indecenti, del regime bolivariano.

Soltanto una tempesta in un bicchier d’acqua, dunque? In parte sì, perché, come scritto sopra, il “colpo di grazia” sparato dal TSJ lo scorso 30 marzo altro in realtà non aveva fatto che infierire – come nel caso di Francesco Ferrucci e Fabrizio Maramaldo – su un corpo morto. La separazione dei poteri non esiste più in Venezuela, da quando, nel 2004, l’“eterno” Hugo Chávez cambiò d’autorità la composizione del TSJ, e da quando l’intero corpo giudiziario è stato depredato d’ogni indipendenza usando l’arma del precariato (il 75% dei giudici non è di carriera e può in qualunque momento esser rimosso per volontà del governo). Nel Venezuela “bolivariano”, il “golpe” è in effetti, da tempo, una sorta di stato permanente, una intrinseca qualità del sistema di potere, un perenne processo acceleratosi da quando il trionfo elettorale dell’opposizione, nel dicembre del 2015, ha messo in evidenza lo stato di minoranza del chavismo. La parola d’ordine, consegnata al TSJ ed al CNE (Consejo Nacional Electoral), gli “arbitri” che il chavismo controlla ed usa senza il minimo ritegno, è stata, da allora, una sola: vietato votare.

A ben vedere, il “golpe” dello scorso giovedì non è stato che un errore di forma, un eccesso di zelo che ha maldestramente rivelato qualcosa che già da tempo esisteva sotto le ceneri d’una Costituzione tanto solennemente invocata quanto brutalmente stuprata in ogni sua parte nel corso di ben più d’un decennio. Il vero scandalo, il vero omicidio della democrazia si era in realtà lentamente consumato, anno dopo anno, nel lungo, sistematico massacro dello Stato di diritto e, più recentemente, nel gioco delle tre tavolette col quale, grazie l’azione congiunta del TSJ e del CNE, tra il marzo e l’ottobre del 2016, il regime ha sbarrato la via al referendum revocatorio, un diritto che la Costituzione espressamente contempla. Un diritto che è (era) anche l’unica possibile via d’uscita dalla catastrofe nella quale i quasi vent’anni di caudillismo chavista hanno precipitato il Venezuela.

Una storia che vale la pena d’esser raccontata in dettaglio. Lo farò in un prossimo post.