Il timore che l’automazione in forma di robot o di intelligenza artificiale si stia avviando verso la progressiva distruzione di posti di lavoro è molto diffuso, ma può essere difficile valutare quanto grave possa essere questa minaccia: diversi rapporti offrono differenti stime di quanti ne andranno persi, mentre politici ed economisti sostengono che la tecnologia crea lo stesso numero di posti di lavoro di quanti ne distrugga, mantenendo dunque un equilibrio nel mondo del lavoro sul lungo periodo.

Ma è davvero così? Se lo chiede lo studio pubblicato dal quotato sito statunitense The Verge, prendendo spunto dall’ultimo studio del National Bureau of Economic Research che si propone di aggiungere alcuni numeri solidi al dibattito: proprio guardando agli effetti della robotizzazione sull’occupazione negli Stati Uniti d’America. Gli economisti Daron Acemoglu e Pascual Restrepo – prosegue il sito – hanno studiato il mercato del lavoro statunitense tra il 1990 e il 2007, guardando i tassi di occupazione in diverse aree e settori tenendo contemporaneamente conto dell’influenza di svariati fattori tra cui aumento delle importazioni dalla Cina e delocalizzazione di posti di lavoro.

I due studiosi hanno dunque scoperto che ogni nuovo robot, aggiunto alla forza lavoro manuale esistente, ha significato una perdita di posti lavoro compresa tra 3 e 5,6 unità, relativamente alla zona di pendolarismo locale. Nel frattempo, per ogni nuovo robot aggiunto per 1.000 lavoratori, i salari sempre relativi alla zona circostante sarebbero scesi tra 0,25 e 0,5 per cento.

Queste cifre possono sembrare relativamente piccole nell’ottica della paventata, massiccia perdita di lavoro manuale, ma c’è da tener conto – viene precisato – della definizione di automa utilizzata nello studio in questione, molto più restrittiva del comune pensare: è stata infatti applicata la definizione di robot industriale secondo l’International Organization for Standardization (ISO), per la quale è tale solo la macchina “controllata automaticamente, riprogrammabile [e] multiuso”. Con esclusione, dunque, di un gran numero di comuni automazioni “mono-funzione” come ad esempio un nastro trasportatore.

Inoltre, prosegue la ricerca dei due economisti, “I posti di lavoro e i salari persi non sono distribuiti in modo uniforme tra la popolazione. Se l’introduzione di robot industriali porta a effetti negativi sostanzialmente per tutte le occupazioni, alcuni lavori presentano inevitabilmente molta più fragilità: è il caso delle occupazioni che comportano routine manuali, interessando dunque in prima persona operai, operatori delle catene di montaggio, macchinisti, addetti ai trasporti. Gli unici impieghi non colpiti sono stati quelli a carattere manageriale”.

Quale dunque il futuro, si domanda giustamente The Verge? Secondo lo studio, per ora i robot industriali negli Stati Uniti sono relativamente pochi ed hanno conseguentemente comportato una riduzione di lavoro tradizionale nel complesso limitata (si stima tra 360mila e 670mila posti, con un calo occupazionale in rapporto alla popolazione interessata stimato tra 0,18 e 0,34 punti percentuali), ma “se la diffusione di robot procede come previsto dagli esperti nel corso dei prossimi due decenni, le future implicazioni aggregate di questa massiccia automazione potrebbero avere una portata assai più considerevole”.

C’è poi da tener conto di un’ulteriore branca dell’automazione industriale, quella che combina robotizzazione ed intelligenza artificiale di cui fanno parte gli aspetti professionali dello stesso trasporto industriale. Secondo il Segretario del Tesoro americano, l’applicazione dell’intelligenza artificiale sarebbe in realtà precisamente ciò che crea produttività e conseguentemente impiego: che genere di lavoro, tolta l’automazione, resta però una domanda senza risposta. Vista la recente proposta di Bill Gates di tassare il lavoro dei robot, si potrebbe quasi quasi immaginare un nuovo ordine sociale dove lavorerebbero solo manager ed automi, tutti gli altri godendo del sussidio di cittadinanza