Omertà. Controllo del territorio. E campanilismi. Quest’ultima parola non è mai stata pronunciata nella conferenza stampa del procuratore capo di Frosinone Giuseppe De Falco, eppure l’omicidio del 20enne Emanuele Morganti è anche una storia frutto di rivalità di paese, di antiche acredini tra centri abitati confinanti. E, soprattutto, di piccoli delinquenti che nei loro centri abitati pensano di poter controllare tutto quello che succede, di giorno e di notte, complice anche il consumo smodato di sostanze stupefacenti. Questo, invece, il procuratore De Falco lo ha detto eccome, cercando di motivare il silenzio di chi ha visto e non ha parlato, magari per paura di ritorsioni da parte delle famiglie degli arrestati. Perché nei piccoli paesi le persone si conoscono tutte. E hanno paura di puntare il dito. Almeno in presenza degli inquirenti. Sui social, poi, vale tutto. Ed è esattamente quello che sta succedendo tra Tecchiena e Alatri, che distano l’una dall’altra appena 7 chilometri.

Emanuele Morganti era di Tecchiena ed è morto ad Alatri. Per ricordarlo sono state organizzate due diverse fiaccolate: a Tecchiena dagli amici (in piazza duemila persone, più della metà dei residenti della frazione), ad Alatri dall’amministrazione comunale, che spera nella partecipazione di almeno mille persone. Ma guai a parlare di acredine e di rivalità tra i due centri. “È retaggio storico – ha detto il sindaco Giuseppe Morini – E poi, io sono di Tecchiena e sono sindaco di Alatri, sono un esempio come tanti del fatto che tra le due realtà non c’è rivalità”. I commenti sui vari gruppi presenti su Facebook, però, dicono altro. Per averne conferma basta leggere i pareri sotto il posto dell’amico di Emanuele Morganti, l’unico che ha provato ad evitare il peggio. “Sei l’orgoglio di Tecchiena”, “Emanuele sarà vendicato“, “Tecchiena è con te”, “Quei criminali patentati andrebbero uccisi”. Divisioni. Che dicono tanto ma non tutto su ciò che è successo davanti alla discoteca di Alatri nella notte tra il 24 e il 25 marzo scorsi. I tasselli mancanti, quelli più importanti, li ha aggiunti il procuratore De Falco, parlando dei testimoni.

Con queste parole: “La non integrale congruenza e chiarezza delle dichiarazioni può essere determinata in alcuni limitati casi da motivazioni riconducibili a reticenza o addirittura omertà, in altri casi magari dalla suggestione e dalla confusione, che comprensibilmente possono aver determinato dei ricordi e dei racconti non del tutto attendibili”. Reticenza, omertà: termini che di solito si associano al silenzio connivente di chi vive in terre di mafia, ma che oggi valgono per un paese di neanche 40mila abitanti nel centro Italia. Sui social, nel frattempo, è stato coniato l’hashtag #chisaparli per permettere a chi sa di fornire la propria versione dei fatti. Ma è soprattutto su altre piazze virtuali che le verità di paese sono venute a galla. Sul gruppo Facebook denominato ‘Città di Alatri’, ad esempio, ci sono tantissimi particolari sulla vita dei due presunti omicidi, verso cui i commentatori non hanno risparmiato odio e vergogna. Il resto, le parole definitive, le ha pronunciate sempre il procuratore di Frosinone: “Le due persone fermate gravitano in ambienti delinquenziali e, pertanto, non escludiamo che abbiano inteso affermare una propria capacità di controllo del territorio”. Per chi indaga, inoltre, all’origine della ferocia insensata messa in atto dai due fratellastri (Mario Castagnacci e Paolo Palmisani) c’è stata l’assunzione di un mix di droghe e alcol. Neanche il tempo di saperlo e sui social compaiono tutti i precedenti del 27enne Castagnacci: nel 2011 arrestato perché trovato in possesso di 5 chilogrammi di hashish, attualmente sotto processo per traffico di stupefacenti e il giorno prima dell’omicidio fermato dai carabinieri a Roma (e rilasciato dal gip dopo qualche ora) perché insieme ad altri tre amici era stato trovato in possesso di 300 dosi di cocaina, 150 di crack e 600 di hashish. Ad Alatri i due sono molto conosciuti, al pari delle famiglie d’origine. Su internet qualcuno pubblica le testimonianze di chi quella sera era presente nei pressi della discoteca: la ex fidanzata che descrive uno dei due arrestati come un ragazzo violento, l’utente anonimo che ricorda le altre aggressioni “col tubo” messe a segno da uno dei presunti assassini (“questa volta però c’è scappato il morto”, aggiunge), chi dice che sul luogo del delitto il padre dei due fratellastri li incitasse a continuare, chi accusa il genitore di minacciare i testimoni.

Nulla di certo, solo voci del web. Che poi però trovano conferme nelle indagini. Perché i fermati per omicidio volontario sono solo due, ma gli indagati almeno 7 (oltre ai fratellastri, i quattro buttafuori del Miro Music Club e Franco Castagnacci, 50 anni, padre di Mario): l’inchiesta, ora, punta a definire i ruoli che ciascuno di loro ha avuto nel delitto, grazie alle testimonianze degli amici di Emanuele (per gli inquirenti decisive) e grazie anche all’ausilio delle immagini delle telecamere di sorveglianza. Nella piazzetta della discoteca, infatti, il sistema di videosicurezza del Comune era in funzione, anche se in Rete c’è chi dice che è solo un tentativo di proteggere chi ha parlato. Perché poi in paese si sa tutto.