Senza il riff di Johnny B. Goode non ci sarebbe stato il rock and roll. Se n’è andato anche Chuck Berry, la notte scorsa, nella sua casa di Wentzville in Missouri, a pochi chilometri da Saint Louis. L’ha comunicato la polizia locale sulla propria pagina Facebook. Chuck aveva 90 anni e almeno fino al 2014 ha suonato regolarmente in pubblico. Un mostro. Un genio. Fonte musicale inesauribile ed universale alla quale si sono abbeverati tutti i più grandi che ora lo piangono e lo ricordano. “Se si tentasse di dare un altro nome al rock and roll si potrebbe chiamare Chuck Berry”, disse John Lennon quando i Beatles ancora andavano d’amore e d’accordo.

Nato nel 1926 in una famiglia nera middle class di St. Louis, quando al massimo la musica rock la si poteva leggere in filigrana tra qualche reiterato giro di note blues o negli angoli degli spartiti di qualche big band jazz, Berry si intrufolò gradualmente tra i piccoli gruppi che accennavano timidamente a trasformare radicalmente suono e scena della musica. Fin dai primi anni ’50, un’epoca che oggi sembra preistoria, Berry riuscì a concepire quello che sarebbe diventato il ritmo, il “mood” basilare del rock and roll. Quella luce che vedono Jack e Elwood nei Blues Brothers, Chuck la vide nel 1955 quando incise Maybelline, il suo primo grande successo da oltre un milione di copie. Poi a seguire nel 1956 Roll Over Beethoven e tra il ’57 e il ’59 Rock and Roll Music, Sweet Little Sixteen, e Johnny B. Goode. In un colpo solo, roba di pochi anni, mette in riga Muddy Waters, Bo Diddley, e Willie Dixon. Berry si potrebbe fermare qui. Perché poi, appunto, negli anni sessanta arrivano i bianchi, i cattivissimi ultrapop, quelli con i concept album, quando invece Chuck sbancava ovviamente a colpi di “singoli”. La sua intuizione, da autentico “guitar showmanship”, con quel “duck walk” che lo ha reso celebre, seppur inimitabile, è stata proprio accompagnare l’esecuzione tecnica live con una regolare performance spettacolare. “Mentre Elvis Presley è stata la prima pop star del rock e rubacuori adolescente, Mr. Berry ne è stato il primo teorico e genio concettuale, il cantautore che capì in anticipo cosa esattamente il giovane pubblico volesse prima che esso stesso lo sapesse”, ha scritto Jon Pareles sul New York Times.

Automobili, ragazze e feste da ballo nei testi più frivoli, ma anche una satira guascona degli scontri di classe negli Stati Uniti in Promised Land e Too Much Monkey Business, Berry ha aggiunto un pizzico di follia nello strizzare due corde della sua Gibson ES 335 amplificata al massimo e facendo ballare insieme folle di neri e di redneck bianchi. Co-artefice dei primi successi di Chuck è il pianista Johnnie Johnson, che adocchiò Berry nel 1952 quando il sassofonista della sua band era malato. Johnny B. Goode un monumento più che una canzone, il sogno del ragazzotto di campagna che diventa una star, quell’infinito ritornello che animerà in eterno ogni party scatenato che si rispetti, nacque grazie alla fluida armonizzazione dei due che si trovavano a meraviglia. Non che Berry fosse un ragazzino perbene. Riformatorio per tentata rapina, poi il diploma da estetista che probabilmente gli ha permesso di ideare per sé un’elegante stile rococò nell’abbigliamento e nell’acconciatura, poi diventato negli anni più recenti uno straordinario mix tra camicie sgargianti e cappellini da marinaio, il chitarrista di St. Louis ebbe un caratterino niente male che lo portò al classico rapporto sentimentale/sessuale con una minorenne (Jerry Lee Lewis lo copiò anche lì), ma soprattutto ad essere ricordato per uno che si faceva pagare tutto e subito (ricordate il Llewyn Davis dei Coen?) e che non amava avere una band sua ma ne chiedesse sempre una di supporto che ovviamente era obbligata a conoscere ogni accordo dei suoi brani talvolta con risultati live, soprattutto oltreoceano piuttosto discutibili.

Gli anni sessanta e settanta non gli diedero più quel successo iniziale, ma egualmente sfornò titoli come You never can tell (Tarantino lo riesumò poi in Pulp Fiction nel memorabile ballo Thurman/Travolta), quel No particular place to go (che chi scrive ricorda memorabile rifatto da George Thorogood), o nel 1972 My Ding-A-Ling; ma soprattutto Chuck Berry venne ripreso dai Beatles, dai Rolling Stones e dai Beach Boys per infinite cover dei suoi brani più celebri di nemmeno cinque-sei anni prima che ne amplificarono ulteriormente la popolarità anche volendo rimanere in poltrona. Non a caso le parole di cordoglio che in queste ore hanno invaso i social arrivano dai grandi del rock arrivati appena dopo di lui. “Sono così triste nel sentire della morte di Chuck Berry. Voglio ringraziarlo per tutta la musica e l’ispirazione che ci ha dato. Ha illuminato la nostra adolescenza, ha “soffiato” la vita nei nostri sogni di diventare musicisti e artisti. I suoi testi brillavano sopra tutti gli altri e hanno gettato una luce strana sul sogno americano. La sua musica rimarrà dentro di noi per sempre “, ha scritto Mick Jagger. “Chuck Berry è stat il più grande chitarrista rock, e il più grande autore di rock and roll mai vissuto”, ha twittato il boss, Bruce Springsteen. “Fatemi sentire soltanto qualche pezzo rock alla vecchia maniera come li suonavi tu”, ha twittato Ringo Starr. Infine Brian Wilson: “Sono così triste nel sentire della morte di Chuck Berry. Che grande ispirazione è stato! Mancherà per tutti coloro che amano il Rock and roll. Love and Mercy”.