Prima lo sfogo, poi le scuse. L’autodifesa di Fabrizio Corona è un monologo di 45 minuti in una delle prime udienze del processo in cui è imputato per intestazione fittizia di beni, frode fiscale e violazione delle norme patrimoniali sulle misure di prevenzione. Reati che lo hanno fatto ritornare in carcere il 10 ottobre scorso. Corona, scarcerato nel giugno 2015 dopo 2 anni e mezzo di detenzione, quasi un anno fa, dopo l’affidamento alla comunità di Don Mazzi, era ritornato a vivere nella sua casa a Milano perché aveva ottenuto l’affidamento in prova “sul territorio” prima di finire nuovamente nei guai.

Camicia da boscaiolo e occhiali tondi, ha voluto difendersi subito, davanti ai giudici, dalle accuse su quei circa 2,6 milioni di euro trovati in parte in un controsoffitto, in parte in Austria. E lo ha fatto citando il primo presidente della Cassazione Giovanni Canzio (“bisogna distinguere i processi mediatici dai processi veri e propri”) e persino Papa Francesco. “È vero ciò che succede e ciò che ha detto anche il Papa, ossia che quando uno si macchia di un delitto non si può più smacchiare”, ha spiegato l’ex re dei paparazzi in quella che è stata una sorta di arringa personale nella quale non ha risparmiato, però, attacchi agli investigatori, alla Dda e ai testimoni, tanto che il presidente del collegio della prima penale, Guido Salvini, gli ha ricordato che correva “il rischio di incappare in altri gravi reati”. E lui ha chiesto “scusa”.

Un paio di volte Corona si è anche rivolto direttamente al pm Alessandra Dolci (il magistrato gli ha chiesto di abbassare il tono della voce) e ha chiuso il suo intervento con la rivendicazione di aver pagato “8 milioni di euro di tasse in tre anni e mezzo” e con una domanda: “Perché mi hanno arrestato, se io ho anche chiesto a chiunque di essere interrogato?”. Prima aveva fornito data per data, da luglio a settembre scorso, la sua versione partendo da quando venne “aggredito” in un bar dal calciatore Giuseppe Sculli: “Mi chiese 50mila euro – ha detto – è un mafioso che non ha fatto nemmeno la galera, fa il criminale nella ‘Milano bene’ come ha fatto nel calcio”. L’imputato ha raccontato di aver deciso di spostare i soldi (lo fece materialmente la collaboratrice e imputata Francesca Persi) dalle cassette di sicurezza in Italia a quelle in Austria “a seguito di quell’aggressione e dell’articolo che uscì sul Fatto Quotidiano e che indicava Persi come la mia ‘cassaforte'”.

Ha ammesso, poi, gli incassi in contanti e ‘in nero’ per le serate nei locali, ma ci ha tenuto a precisare che “io i soldi li mettevo nelle cassette e non alle Cayman come fanno tutti e nessuno viene arrestato”. E sulla teste-chiave dell’inchiesta, Geraldine Darù (sarà in aula il 21 marzo), sua ex collaboratrice, ha fatto presente che “basta guardarla esteticamente per vedere che vive in un altro mondo”. È passato, poi, alle bordate alla polizia che, a suo dire, ha indagato su di lui e non sulla bomba carta (fatto da lui denunciato) esplosa sotto casa sua il 15 agosto: “Una volta che chiamo la polizia – ha detto sorridendo – vengo arrestato”. Le indagini sull’attentato, aveva chiarito prima un’investigatrice, pressata dalle domande dei legali Ivano Chiesa e Luca Sirotti, sono ancora aperte, ma su Sculli “non abbiamo trovato elementi“. In Questura, invece, stando al racconto di Corona, “mi hanno chiesto subito ‘che rapporti hai con la criminalità organizzata?'”. Infine, le accuse di essere stato fatto passare per “criminale, mafioso, camorrista”, e pure la storia di “un generale della Gdf che al bar diceva ‘la settimana prossima arrestiamo Corona e lo buttiamo in galera per altri 20 anni”.